Vittime e colpevoli

dal nostro archivio

Riportiamo la testimonianza di Sabina, che ringraziamo. Suo padre Guido Rossa, sindacalista dell’Italsider, fu ucciso dalle Brigate Rosse il 24 gennaio 1979 in via Fracchia a Oregina.


di Sabina Rossa

Quello che penso oggi, ciò che muove le mie azioni, è il risultato di un lungo percorso che ho compiuto, innanzitutto spinta da una ricerca di verità sulla morte di mio padre. Un percorso fatto di volti e voci del passato: in questi anni ho incontrato uomini e donne protagonisti della lotta armata degli anni 70′, fuori dal carcere o ancora in esecuzione della pena, in regime di semilibertà. A tanti anni di distanza li ho trovati molto diversi da come li avevo immaginati, non solo perché il trascorrere inesorabile del tempo li aveva cambiati nell’aspetto fisico, ma ho anche respirato il peso delle scelte che avevano compiuto e che avevano distrutto anche le loro vite.

In uno di questi incontri ho visto affiorare la sofferenza sul volto di chi mi stava di fronte, l’ho letta nei suoi occhi quando mi ha raccontato della sua famiglia, della sua compagna e dei figli in tenera età. In quel momento ho pensato che la sofferenza altrui, anche se frutto di un vissuto autonomamente scelto, fatto anche di violenza e di episodi di sangue, non potesse costituire un motivo di soddisfazione né un risarcimento per chi è stato vittima di quei comportamenti; ho pensato che fosse giusto condividere la sofferenza attraverso il dialogo e il confronto. Così facendo non mi sono sentita dalla parte sbagliata né solidale con le scelte del brigatista di un tempo.

È stato scritto: il carcere è pena per i gesti compiuti ma la persona non è mai tutta nei gesti che compie, buoni o cattivi che essi siano. Quando il Tribunale di Sorveglianza ha concesso il beneficio della liberazione condizionale, dopo 30 anni di carcere, alla persona che ha sparato a mio padre, l’ho vissuto come un gesto di civiltà. Tempo addietro lo avevo incontrato e avevo potuto constatare da parte sua una assunzione di responsabilità per i gesti compiuti e per il dolore arrecato. In una lettera mi scrisse: “L’incontro avuto con lei è stato uno dei più difficili ma anche dei più importanti della mia vita“. Il trovarsi a confronto con chi ci ha arrecato un danno, con chi ci ha privato di qualcosa e ci ha procurato dolore, per il colpevole significa trovarsi di fronte a quelle che sono divenute le conseguenze delle proprie azioni, per la vittima rappresenta una occasione importante per avere risposte a domande che non ha mai potuto rivolgere ad alcuno.

Non si tratta di una privatizzazione del diritto penale ma piuttosto di un’idea di giustizia riparativa capace di risanare le ferite degli individui e di ricucire le fratture dei rapporti, capace di riparare il tessuto umano e sociale al fine di riabilitare nell’alveo costituzionale i colpevoli, ai quali va data l’opportunità di reintegrarsi nella comunità perché i valori della Costituzione poggiano su principi di giustizia e non di vendetta. Credo infine che “avere giustizia” non sia solo ricercare i colpevoli dei reati e comminare loro le pene ma sia anche accertare che a tanti anni di distanza una persona, seppure condannata all’ergastolo, abbia operato dentro di sé un cambiamento nel profondo, attraverso un cammino di ravvedimento attivo, e meriti quindi di uscire dal carcere.


da laGuardia n.3/2017

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