Senza dimora. Oltre gli stereotipi

dal nostro archivio

di Mirco Mazzoli

Le persone senza dimora in Italia sono oltre 50.000, secondo l’indagine più completa condotta nel nostro paese, nel 2014, da Istat, Ministero delle Politiche Sociali, fio.PSD – Federazione Italiana Organismi Persone Senza Dimora, Caritas Italiana. Sono per lo più uomini (85,7%), stranieri (58,2%) con meno di 54 anni (75,8%), con bassa scolarità.

L’indagine ha censito le persone senza dimora in contatto con i servizi preposti in 158 comuni italiani. Non ha potuto registrare, invece, le persone che non si rivolgono ad alcun servizio e che sono le più esposte ai rischi della strada, dalla violenza al freddo, per citare i più ricorrenti. E ciò, malgrado gli sforzi e i buoni risultati raggiunti dalle politiche sociali, un impasto di intervento pubblico, privato sociale e volontariato.

Essere senza dimora non è mai una scelta

Il primo cliché da sfatare è che essere senza dimora sia una scelta. Non è così.  Ormai è un dato accertato da decenni di lavoro e studio sociale. Eppure è un pregiudizio ancora molto diffuso. La realtà è che la condizione di persona senza dimora è per i più la risultante di un groviglio complesso di fragilità personali, familiari e sociali; per altri è la deriva di un trauma non elaborato; per alcuni è la conseguenza tecnica della perdita di reddito; per altri è la manifestazione esterna di un disagio psichico. E si potrebbero trovare altre cause, spesso sovrapposte l’una all’altra. In tutti i casi, al centro del problema non sta la parola “scelta” ma l’espressione “povertà di relazioni”, prima ancora che “povertà economica”. E’ un’espressione molto insidiosa: “scelta” ci libera dalla responsabilità, “povertà di relazioni” ci chiama direttamente in causa. Siamo noi, come società organizzata, che dobbiamo riannodare le relazioni recise di chi sprofonda nell’abisso della emarginazione estrema. Sempre Istat certifica infatti che il 76,5% delle persone senza dimora è solo e il 51% non si è mai sposato. E ancora, rispetto al passato, si rimane nella condizione “senza dimora” più a lungo: aumentano coloro che lo sono da più di due o da più di quattro anni. 

La relazione di aiuto

La relazione, dunque. Da molto tempo si è capito che la sola elemosina non risolve i problemi. “Il fenomeno delle persone senza dimora rappresenta la cartina al tornasole di una società sempre più disgregata e competitiva – spiega Alberto Mortara, consigliere nazionale di fio.PSD -. Non è un caso se anche nazioni con ottimi sistemi di protezione sociale hanno un numero elevato di senza tetto. Questo può far ritenere che siamo di fronte ad un problema insuperabile, una sorta di zoccolo duro di cronicità che non è possibile aggredire. In realtà lo strumento spuntato è l’erogazione di beni. Se noi riconduciamo tutto ad un elenco di servizi ma non ci sforziamo di attendere ed accogliere la persona con i suoi tempi e i suoi modi, di entrare in relazione con lei, la troveremo sempre inadeguata, irresponsabile, incapace, inabile. Chi ha perso le tante corse che la nostra società chiede per stare al passo con la modernità, non riesce a competere anche per l’integrazione.

Occuparsi della persona che incontriamo in strada implica aprirsi alla relazione di aiuto che è tanto più coinvolgente ed efficace quanto più adeguatamente formata. La spontaneità può reggere lo slancio di un singolo gesto di generosità ma non il peso di una persona intera, che ha bisogno di un nuovo progetto di vita e non solo di un piatto di pasta. Aiutare le persone senza dimora, allora, significa entrare in relazione anche con le realtà che quotidianamente se ne occupano. Si diventa così sostenitori, donatori, volontari di associazioni e altre organizzazioni (sono 116 quelle federate con fio.PSD in 16 regioni ma ne esistono altre centinaia anche molto piccole attive in tutta Italia): realtà laiche o di ispirazione ecclesiale che hanno esperienza, buone pratiche, servizi, strutture e che, soprattutto, esprimono la presenza di una società solidale, fraterna, che sa dare continuità alla propria azione e aprire percorsi diversi da quelli della strada.

Diciamo emergenza freddo. Ma l’inverno arriva ogni anno   

L’altro cliché buono per fare qualche titolo di giornale ma evidentemente infondato è che il freddo è una emergenza. Sarebbe come dire che l’inverno arriva a sorpresa. L’emergenza freddo non può cogliere di soppiatto la società e la sensibilità dell’opinione pubblica. A dire il vero, almeno nel caso di Genova, da molti anni Comune, Regione, enti del Terzo Settore, Caritas Diocesana coordinano i propri sforzi per assicurare il maggior numero di posti letto. A Genova, poi, la Chiesa sta lavorando perché nei prossimi mesi vengano inaugurati due nuove accoglienze notturne, “opera/segno” indicata dal Congresso Eucaristico Nazionale, celebrato a Genova nel Settembre 2016.

Il problema semmai è una diffusa distrazione sociale, un misto di impotenza e sufficienza che spinge a delegare. “Qualcuno ci penserà”. Fino al giorno in cui un giornale titola: “Trovato morto clochard, sotto i portici della Piazza Centrale…”. Vissute come invisibili, in quel giorno le persone muoiono come clochard, appellativo quasi romantico e del tutto improprio, se non addirittura come barboni, cinica espressione da fatalismo sociale. Se il freddo per la pubblica opinione è ancora un’emergenza è a causa di un problema culturale – ha scritto in un recente comunicato stampa la Fondazione Auxilium, da oltre 30 anni a servizio delle persone senza dimora, con il patrocinio dalla Caritas Diocesana di Genova. Occorre cambiare percezione su chi passa la propria vita in strada. Occorre la disponibilità a capirne le cause. Occorre decidere di approfondire i tanti aspetti che si intrecciano alla vita senza dimora. Occorre partecipare. Con una rinnovata sensibilità, con il volontariato, con le donazioni. In tutti i modi. Sempre. Quando il freddo si allenterà, sarà il tempo per non dimenticare e per passare da una ciclica emergenza annunciata ad una autentica responsabilità di tutti e ad una risposta condivisa da parte di tutte le componenti sociali.


da laGuardia n.2/2017

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