Spostare la scuola sui cammini

di Giacomo D’Alessandro

Lezioni come esperienza di vita e la natura come aula. Una scommessa promettente per un’educazione integrale e immersiva dei ragazzi.


Quanto è efficace in un anno l’ora di religione in classe, e quanto lo è sommare tutte quelle ore per vivere dieci giorni di cammino sulla via Francigena? Si potrebbe riassumere così la sfida in corso da qualche anno all’Istituto Nautico di Genova. Diciamolo subito: non è la gita scolastica. Si tratta di “Altrove camminando”, un vero e proprio progetto educativo realizzato ormai da 5 anni grazie a Dino Desanti, insegnante di Religione, e Beatrice Lazzeri, insegnante di Scienze Motorie. Un modo di fare scuola al posto di stare a scuola.

Abbiamo presentato un progetto sottolineando che poteva essere una valida esperienza formativa, sostitutiva alle nostre ore annuali, per i ragazzi di quinta. Nel viaggio infatti si fa scuola di tante cose: preparazione fisica e atletica, cura del corpo, dell’igiene e dell’alimentazione, stretching e primo soccorso, ma anche tutta una parte spirituale, culturale e religiosa in senso lato, alla quale tra l’altro partecipano anche gli studenti che non farebbero religione”.

Per iniziare, oltre all’idea audace, è stata necessaria la disponibilità dei due insegnanti, numero minimo per tenere una classe fuori scuola, e unificare le ore delle due materie di tutto l’anno. Ore che vengono utilizzate tutte insieme e che quindi alleggeriscono l’orario della classe per il resto dell’anno scolastico. Incassata l’approvazione della Preside, del consiglio di classe e del consiglio d’istituto, cinque anni fa sono partite le prime classi, destinazione Cammino di Santiago.

Anche per noi era una cosa nuova, ci siamo messi in gioco completamente. Ad esempio dovevamo risolvere il problema del pranzo. Abbiamo dato ai ragazzi 3 euro a testa per vedere cosa succedeva: con 3 euro non vai mica tanto lontano. Già il secondo giorno avevano scoperto che unendosi in cinque riuscivano a fare la spesa. Verso la fine della settimana gli abbiamo proposto una serata di autogestione della cucina, per vedere cosa avevano imparato del gruppo e per affrontare tante attenzioni basilari, come le proporzioni”.

Gli anni successivi le mete sono diventate più vicine, perché l’esperienza fosse economicamente più accessibile e per conoscere meglio il patrimonio italiano dei pellegrinaggi. Vie Francigene, Cammini di Francesco, Via della Costa e Cammino delle Cento Torri in Sardegna. Il periodo scelto solitamente è la prima settimana di scuola, quando l’orario non è ancora definitivo e difficilmente si parte con i programmi. Uniche “obiezioni” dei colleghi: vedersi arrivare i ragazzi in classe così entusiasti e su di giri, galvanizzati dall’esperienza.

A seconda dell’itinerario, Dino prepara la parte culturale e spirituale, la storia del territorio e dei luoghi che si visitano. L’uomo e il creato, la società e il vivere comune, le migrazioni e le problematiche connesse, il pellegrinaggio e il suo senso, il rispetto per sé e l’altro da sé, sono solo alcuni dei temi affrontati. “È una goccia, tu fai a questi ragazzi la proposta di un’avventura, ma non è così immediata la loro reazione, l’elaborazione di quello che stanno vivendo. Gli serve tempo per imparare ad esprimere le proprie emozioni. Però ti rendi subito conto che chi non ha mai fatto vita comunitaria o associativa scopre questa esperienza come una novità assoluta. Non sa neanche lontanamente come si vive insieme con gli altri. Mentre adesso è obbligato a mettersi in gioco, corpo e spirito”.

Dalla consueta routine scolastica di aula, banchi, lavagne e lezioni frontali, è nata un’esperienza di vita e di condivisione, un momento di crescita che ha già coinvolto centinaia di studenti. “Abbiamo avuto ragazzi che si mettevano la sveglia alle 4 del mattino come tanti pellegrini, per camminare nella bruma dell’alba verso la tappa successiva. Abbiamo avuto momenti di difficoltà quando non si trovava da dormire, perché un ostello era pieno e bisognava adattarsi. E poi la condivisione assoluta 24 ore al giorno porta a volte a litigarsi, a fare gruppetti e a creare sodalizi tra compagni che non si sono mai parlati prima. Per non parlare dell’organizzazione del cibo: abbiamo avuto alunni che non avevano mai pelato una cipolla o cucinato un uovo. Alunni che avevano un bagaglio troppo pesante, da rispedire a casa per metà, perché glielo aveva fatto la mamma, a 18 anni…

Dino e Beatrice non si sono accontentati dei cammini. A questo modo di fare scuola hanno cominciato ad affiancare due anni fa l’esperienza dei Weekend (il cammino in modalità bivacco) e la Settimana Stanziale, incoraggiati dalla richiesta delle altre classi di poter fare anche loro esperienze simili. Spirito e intento di progetto sono gli stessi, cambia la formula, cambiano gli ambienti. “In settimana stanziale, dopo il primo giorno capiscono cosa vuol dire riordinare le camere e preparare la colazione per tutti. Quando siamo andati a Sant’Anna di Vinadio hanno sperimentato la disconnessione da cellulare, perché non prendeva. Si passano le giornate tra escursioni, organizzazione della vita comune, confronto, cimenti culinari che diventano imprese collettive. Scoprono di avere fratelli e sorelle e che si può anche litigare ma dentro quel legame”. Così si fa scuola di solidarietà di gruppo, dove chi non riesce a portare lo zaino si ritrova aiutato, chi arriva con un vissuto pesante riesce a liberarsi e a reagire. E chi se la crede o cerca di farsi vedere, scopre i propri limiti, se non altro per le vesciche sotto i piedi; impara a dosarsi.

L’ideale sarebbe che tutti i ragazzi, almeno di terze, quarte e quinte, potessero decidere a prescindere dalla classe se vogliono fare o no questa esperienza durante l’anno”. Ma la scuola non ha ancora questa dinamismo per i percorsi personalizzati o per trasformare un programma didattico in un’esperienza immersiva più efficace. Su materie come ginnastica e religione è più facile cogliere l’esigenza di uscire dalla frammentazione settimanale e dall’edificio, dove lo studente concentra l’attenzione su altre priorità o semplicemente cerca uno sfogo al suo accumulo quotidiano. Ma che dire ad esempio dell’educazione civica e dello studio delle lingue? “Ci vuole un modo di fare scuola che permetta un lavoro culturale integrale sulla persona. Soprattutto di fronte a generazioni rapite dal digitale o da mille insicurezze”.

Durante il cammino si chiede ai ragazzi di limitare l’uso del telefono alla consultazione della mappa e ai contatti organizzativi nel gruppo. E di limitare anche l’uso di casse e auricolari, per vedere e sentire i luoghi dove passano. Il lavoro qui si concentra sul rispetto degli altri e dell’ambiente. Sembrano piccole cose ma creano cultura, specialmente in un gruppo classe che non è omologato da un percorso comune, non è il gruppo parrocchiale, ma un insieme di provenienze diversissime e spesso non abituate. Con quello che hai, fai quello che puoi. “Ogni sera ci si trova tutti e si fa restituzione su com’è andata la giornata. Ogni mattina si fa insieme il programma, si stabiliscono i punti di incontro in modo che ciascuno possa camminare al proprio passo, ma puntualmente ci si aspetta e ci si ritrova, soprattutto dove c’è da commentare un luogo, una storia, un’ambientazione”. E poi gli incontri, con chi oggi vive e ospita sui pellegrinaggi ritrovati. Persone a volte illuminanti per offrire un portato di spiritualità, di cultura e di umanità. E arricchire quel bagaglio interiore su cui, rientrati a scuola, ai ragazzi viene proposto di ragionare attraverso momenti dedicati e con la pubblicazione di un diario collettivo.

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