Vivere senza TV

dal nostro archivio

Daniela Napoli, Cristiano Nattero

Quando la gente ci chiede stupita: “Davvero non avete la TV? Ma le vostre figlie non guardano i cartoni animati?” facciamo sempre un po’ fatica a rispondere. Perché sappiamo che a molti suona strano che qualcuno scelga di non possedere una TV, tanto più se ci sono bimbi in giro per casa. Quando ci siamo sposati abbiamo scelto di vivere senza TV. Non è stata una scelta di privazione: semplicemente non ne avevamo l’esigenza ed infatti non ne abbiamo mai sentito la mancanza.

Il nostro tempo è importante e non ci è mai piaciuto passarlo guardando programmi televisivi studiati da chissà chi per intrattenerci, né farci riempire il tempo libero da martellanti pubblicità o finti notiziari che ci illudono di tenerci aggiornati su ciò che accade nel mondo. Ci informiamo tramite il web, guardiamo qualche film ogni tanto, sul PC, ma in genere preferiamo passare il tempo facendo altre cose: leggendo libri, da soli o anche insieme, chiacchierando, vedendo amici o frequentando gruppi di attivismo o volontariato.

Per questo, anche quando è nata Maddalena, la nostra prima bimba, non abbiamo preso una vera e propria decisione in merito: non avere la TV era per noi ormai qualcosa di naturale, semplicemente non faceva parte della nostra vita. Come sicuramente molti genitori fanno, abbiamo iniziato ad informarci su cosa sia meglio per i nostri figli e, tra le numerose voci autorevoli consultate, ci siamo sentiti in linea con chi sostiene che per i bimbi, almeno fino ai 3 anni, sia sconsigliabile l’uso di videoschermi* di qualsiasi tipo. E abbiamo quindi semplicemente continuato a fare quello che già facevamo: vivere senza guardare la TV, e chiedere a chi accudiva nostra figlia – e in seguito la sorellina, arrivata 2 anni dopo – di tenerla spenta in loro presenza.

Questa scelta ci è costata un po’ di fatica in più: ci sono stati – e ci sono tuttora – momenti in cui indubbiamente avere il supporto della “babysitter elettronica” ci avrebbe fatto comodo. Il momento di preparazione della cena, tipicamente, è sempre stato quello più difficile: le bimbe sono stanche e richiedono attenzioni e la mamma – soprattutto quando il papà non è ancora tornato dal lavoro – deve destreggiarsi tra fornelli e bimbe piagnucolanti attaccate alle gambe. E qualche volta abbiamo sicuramente avuto la tentazione di proporre loro di guardare un cartone animato, per avere quei 20 minuti di tranquillità per mettere in tavola la cena. Ma abbiamo preferito continuare a rimandare, finché non fossero loro a chiedercelo. Metterle davanti alla TV ci sembrava come chiedere loro di spegnere il cervello e lasciarsi bombardare di immagini e stimoli esterni, privi di ogni proposta educativa, solo allo scopo di “tenerle brave” per il tempo a noi necessario.

Allo stesso tempo abbiamo scelto di non far usare loro neanche strumenti digitali come smartphone, tablet o PC. Cerchiamo anche noi di limitarne il più possibile l’uso, soprattutto in loro presenza, favorendo un tipo di gioco più sensoriale, con oggetti fisici, tangibili, e coltivando interazioni più personali e reali all’interno della nostra famiglia. Man mano che le bimbe crescevano, abbiamo avuto sempre di più la conferma che sia stata – almeno fino a questo momento – la scelta giusta per noi: le abbiamo viste annoiarsi e poi le abbiamo viste cominciare ad inventarsi giochi di ogni tipo, per passare il tempo divertendosi, insieme. Le abbiamo scoperte a travestirsi da principesse con i vestiti della mamma, inventarsi percorsi ad ostacoli in salotto, “nuotare” in piscina nel lettone di mamma e papà, con tanto di braccioli gonfiati e occhialini. E il giorno in cui Maddalena, 5 anni, ci ha chiesto ago, filo ed un elastico e si è cucita da sola “le infradito col tacco”, ci siamo quasi commossi e abbiamo capito che è – anche – questo il motivo per cui amiamo stare senza TV: perché ci piace troppo vedere quello che la fantasia ispira loro, per vincere la noia.

Sappiamo naturalmente di correre il rischio che, crescendo, le nostre bimbe si sentano escluse e “diverse” perché non guardano i cartoni animati e non ne conoscono i personaggi e non pensiamo, per il futuro, di impedire loro in maniera tassativa di vedere i cartoni: se e quando arriverà il momento in cui saranno loro a chiedercelo, probabilmente troveremo il modo e la giusta misura per far conoscere loro i videoschermi – con cui occasionalmente, in casa d’altri, sono già venute a contatto – senza per questo farli diventare una presenza ingombrante nella nostra vita. Nel frattempo, continuiamo a goderci insieme il tempo liberato.


* Riferimenti bibliografici: “Bambini psico-programmati” di Antonella Randazzo; l’articolo “Guida all’uso della tecnologia da 0 a 6 anni” pubblicato sulla rivista UPPA (Un pediatra per amico); gli studi del pedagogista Daniele Novara, Direttore del CPP – Centro Psicopedagigo per l’educazione e la gestione dei conflitti.


da laGuardia n.10/2017

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