Vivere per strada. Storie senza dimora

dal nostro archivio

di redazione

Vivere la povertà estrema è qualcosa di molto più complesso e profondo che la sola mancanza di soldi.


Ibrahim, Gustavo, Antonio. Persone sedute sul marciapiede. Cercano un’elemosina. Ciascuno a suo modo. Ibrahim rintana la testa nel cappuccio pesante e sporge la mano; Gustavo espone un cartello e ascolta musica; Antonio sta perfettamente fermo, spesso ad occhi chiusi: “Perché tanto mi aiuteranno solo quelli che entreranno in contatto con la mia aura”. Non è chiaro cosa intenda, ma ci crede. 

Per parlare con una persona senza dimora che sta per strada devi essere disposto ad affrontare un doppio salto mortale, un porta spazio-temporale. Devi accucciarti. Accucciarti quando tutti gli altri passano diritti, vanno spediti. Il cambio di prospettiva può indurre vertigine. Non puoi parlare con chi sta a terra restando rigido, dall’alto della tua posizione eretta, quasi tu fossi un uomo e lui chi lo sa. E’ una disposizione fisica ed interiore che conoscono bene tanti operatori e volontari impegnati nei servizi territoriali, nei centri di accoglienza, nei gruppi di strada.

Ibrahim è giunto a Genova da pochi giorni. E’ ungherese. “Ungheria inverno troppo freddo” dice. Al confronto, qui le temperature sono miti, anche se in questi giorni tira un vento gelido e mezza Italia è sotto la neve. Le elemosine sono scarse. Ma non si lamenta perché c’è chi, al contrario, ha fatto l’impensabile. “Un signore… casa”. “Un signore ti ospita a casa sua? Vuoi dire un centro!”. “No. Signore. Dormire, lavare. No problema. Molto buono.” Non è mai facile giudicare bene questi gesti di accoglienza che superano ogni previsione. Ti confonde che qualcuno sia tanto buono quanto tu non sarai mai. E tuttavia speri che non sia il gesto di una persona isolata, che ci sia dietro una rete, una comunità. Anche il buon samaritano di Gesù ha fatto affidamento sull’oste. Ibrahim non è in grado di saperlo. E’ solo grato. Scambio di nomi. “Io Ibrahim musulmano.” “Io cristiano”. “No problema, my friend”. No problema. 

Gustavo ascolta musica con lo sguardo coperto dalla visiera di un berretto di tela. Inespressivo, come se il suo corpo fosse lì contro la sua volontà. E’ giovane. Su un pezzo di cartone ha scritto: disoccupato. Accanto, una vaschetta di plastica. Se qualcuno vi mette qualcosa, lui non ringrazia. Ascolta la musica, gambe incrociate, schiena contro il muro del palazzo. Si ferma un signore di mezza età, in loden verde. Lascia una banconota di un certo taglio e prova a parlargli. Gustavo risponde controvoglia, poi si lascia andare ad una lunga requisitoria su questo mondo che scarta ed abbruttisce. Il signore ha lo sguardo bonario e un mezzo sorriso conciliante sulla faccia. Sembra colto in contropiede, non sa che rispondere. Gustavo si irrigidisce e diventa astioso. “Perché mi guardi con quel sorrisetto? Stai pensando ‘poverino, povero scemo’, vero? Non ho bisogno della tua compassione! Riprenditi i tuoi soldi. Vattene, va…”. Il signore tentenna, poi riprende la banconota, interdetto. L’elemosina non basta quasi mai. 

Antonio staziona da anni in una via molto trafficata, seduto in prossimità di una grata, vestito sempre alla stessa maniera, quale che sia la stagione. Ad occhi chiusi, per lo più. Ma non dorme. Medita. Ha un volto ascetico e pacato. Se qualcuno si ferma, ringrazia a voce bassa o con gli occhi luminosi. Sembra un monaco orientale. Non chiede mai nulla, non espone cartelli, non sporge la mano. Semplicemente si affida. “E’ una questione di aura. Se le nostre aure entrano in relazione, se sono simili, allora sarai spinto a venirmi incontro. Altrimenti io non chiedo nulla.” Non c’è caricatura nelle sue parole, nessuna concessione alla stranezza, nessun appiglio per poter dire: questo è pazzo. Gli lasci qualcosa, ti ringrazia, lo ringrazi, te ne vai. Pensi che non ti sei mai affidato come lui. E che vivere la povertà estrema è qualcosa di molto più complesso e profondo che la sola mancanza di soldi.


tratto da laGuardia n.2/2017

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