Siamo ancora capaci di comprendere un testo?

di Carlo Borasi

L’indagine PISA svela le carenze scolastiche degli italiani.

L’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) promuove con cadenza triennale un’indagine internazionale volta a valutare in quale misura gli alunni di 15 anni di età dei Paesi aderenti abbiano acquisito le conoscenze o le competenze essenziali del loro corso di studi. Tale indagine nota come PISA (Programme for International Student Assessment) fornisce non solo indicazioni circa il livello di istruzione degli studenti che hanno terminato la scuola dell’obbligo, ma permette sia di fare un confronto fra Paesi diversi, sia di vedere come la situazione si evolva nel tempo. Nel caso specifico dell’Italia dobbiamo purtroppo constatare due elementi negativi: il primo riguarda la capacità di lettura e comprensione di un testo, dove ci situiamo decisamente al di sotto dei livelli medi degli altri Paesi; il secondo riguarda il confronto con i nostri risultati di venti anni orsono che indica un peggioramento della situazione.

Non si possono ignorare le difficoltà del mondo scolastico italiano e della capacità di apprendimento dei giovani. Il problema non riguarda soltanto l’aspetto dei finanziamenti e delle opportune riforme, ma serve una fondamentale inversione di tendenza: bisogna tornare a parlare di scuola, tornare a volerle bene, rivalutando anche il ruolo degli insegnanti. L’istruzione, la cultura generale, le competenze specifiche, unite alle capacità logiche e critiche, saranno sempre più importanti per costruire il futuro; purtroppo, presi dai problemi del presente, abbiamo tralasciato il pensiero del futuro.

Secondo la ricerca OCSE, soltanto 1 quindicenne su 20 sarebbe capace di distinguere fra fatti e opinioni, 1 su 4 non sarebbe in grado di comprendere bene un testo di media lunghezza, il divario tra Nord e Sud Italia sarebbe sempre più ampio. Uno dei fattori che incide negativamente sulla capacità di comprendere un testo è la ridotta capacità di attenzione intesa come la quantità di tempo di concentrazione su un compito senza essere distratti. Gli stili di vita sempre più frenetici della civiltà contemporanea, la varietà di messaggi che riceviamo costantemente, la pervasività dei media elettronici, l’utilizzo compulsivo che facciamo ad esempio degli smartphone sono tutti elementi che giocano contro la capacità di attenzione.

Si prospetta quindi per le diverse “agenzie educative” (famiglia, scuola, associazioni culturali, religiose, educative) il compito di dare ai giovani una formazione che permetta loro di utilizzare le grandi risorse tecnologiche senza esserne utilizzati. La tecnologia contemporanea offre strumenti importanti per la vita dell’uomo come singolo e come comunità; tali strumenti devono essere conosciuti e valutati non solo sul piano applicativo, ma anche su quello etico e pedagogico. Per fare un semplice esempio, occorre ricordare che esiste differenza fra la lettura di un libro, con i suoi tempi, la possibilità di revisione critica e di riflessione, e il modo con cui scorrono le informazioni sullo schermo del computer. Di fatto stiamo andando verso una capacità di attenzione breve, con un premio verso il sensazionalismo piuttosto che verso il pensiero astratto e la profonda riflessione.

Il Web, nelle sue applicazioni più comuni, tenderebbe infatti a privilegiare una stimolazione sensoriale costante, legata ad un flusso non dominabile dall’utente. Come ricorda Joseph Weizenbaum (“Computer power and human reason”, Penguin Books, London 1984), non tutte le conoscenze umane sono codificabili in “strutture informatiche” per quanto complesse. Ci sono delle cose che gli uomini vengono a sapere solo in virtù del fatto di essere stati trattati come esseri umani da altri esseri umani. L’istruzione, l’educazione, la cultura, la consapevolezza di sé, il riferimento ad una scala di valori sono tutti elementi fondamentali per una piena realizzazione della persona umana. L’educazione a capire non ha nulla a che fare con il “travaso delle idee”, magari quelle precostituite che troviamo nei media e che sembrano esonerarci dalla fatica di pensare, di indagare, di scoprire e conoscere in modo profondo la realtà.

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