Se la chiesa non riconosce i suoi profeti

dal nostro archivio

di Gianfranco Parodi

“È il destino dei profeti” disse Paolo VI. Don Milani e don Mazzolari, due esempi clamorosi per la chiesa cattolica del famoso detto attribuito a Gesù.

Don Lorenzo Milani nacque a Firenze nel 1923 in una famiglia della borghesia fiorentina, colta e agiata, ma decisamente lontana dalle problematiche religiose. Al piccolo Lorenzo pertanto non fu impartita una educazione cristiana. A seguito della crisi economica degli anni ‘30 la famiglia si trasferì a Milano e lì, forse unicamente per cautelarsi contro le nascenti manifestazioni antisemite (la madre apparteneva ad una famiglia ebrea), i genitori decisero di contrarre matrimonio religioso e di battezzare i figli. Dopo aver frequentato il liceo classico, Lorenzo, anziché proseguire con gli studi universitari, come avrebbe preferito il padre, scelse di dedicarsi alla pittura e frequentò l’accademia di Brera. Lì, dopo diverse esperienze, venne in contatto con l’arte religiosa e in particolare fu attratto dalla liturgia cattolica.

Fu questa la molla iniziale che lo portò alla conversione e alla decisione di farsi prete. Entrato in seminario nel ‘43, fu ordinato sacerdote nel ‘47 e fu subito assegnato ad una parrocchia della periferia di Firenze. Qui si trovò immerso in un ambiente popolare e misero e fu colpito, lui che proveniva da una famiglia molto colta, dalla impressionante mancanza di cultura da parte dei giovani meno abbienti, carenza che li avrebbe in pochi anni portati alla completa emarginazione sociale. Decise pertanto di organizzare una scuola popolare per fornire loro quegli elementi culturali che nessun altro avrebbe loro offerto. Infatti il sistema scolastico dell’epoca, ancora piuttosto elitario, dispensava il sapere solo ai giovani di buona famiglia.

Sposò appieno la causa di questi giovani emarginati e i suoi metodi di insegnamento gli attirarono presto le critiche degli ambienti più integralisti, tanto che nel 1954 la Curia di Firenze, accogliendo le denunce ricevute, decise di porre fine al suo ministero a Firenze e di trasferirlo a Barbiana, sperduto paesino dell’appennino. Don Lorenzo accettò con docilità la decisione dei superiori ma a Barbiana si buttò a capofitto nell’opera di educazione dei ragazzi del posto che, inevitabilmente, erano ancor più arretrati culturalmente dei loro coetanei di città. Fu una attività di formazione a tempo pieno che cambiò profondamente la mente di quei giovani. Le sue idee si radicalizzarono sempre più facendogli assumere prese di posizioni polemiche contro il militarismo e a favore di temi quali l’obiezione di coscienza.

Dall’altro lato sferzante fu la critica nei confronti della pedagogia ufficiale in uso nelle scuole del tempo. Violentissime furono le accuse che gli piovvero addosso sia da ambienti laici che religiosi. Un male incurabile lo colpì nel 1967 conducendolo presto alla morte. L’opinione pubblica italiana fu subito divisa tra coloro che vedevano con sollievo la fine di una esperienza scomoda e coloro che invece piangevano la scomparsa di un profeta innamorato del Vangelo e della sorte degli ultimi.

Don Primo Mazzolari nacque a Cremona nel 1890 e da piccolo entrò nel seminario di quella città. Divenuto sacerdote nel 1912 svolse incarichi di curato in diverse parrocchie. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale partecipò alla stessa col ruolo di cappellano militare. E svolse il suo incarico con grande valore e dedizione meritandosi onorificenze. Tornato alla vita civile fu nominato parroco a Cicognara e lì si fece presto notare per le sue idee democratiche e per l’opposizione al fascismo, tanto che nel 1931 fu oggetto di colpi di pistola che fortunatamente non lo raggiunsero.

Dopo questo episodio, nel 1932 fu trasferito a Bozzolo (Mantova) dove rimase fino alla sua morte. Fu in quella parrocchia che don Mazzolari proseguì nella sua opposizione antifascista. Ben presto aderì alla resistenza, dandosi anche alla clandestinità per evitare di essere ucciso. Alla fine della guerra fondò un periodico, “Adesso”, i cui scritti di impronta progressista e in qualche maniera anticipatori delle idee del Concilio attirarono subito le censure dell’autorità ecclesiastica. Queste censure avevano lo scopo di arginare la diffusione delle sue idee limitandone la libertà di interventi, prima all’interno della diocesi, poi addirittura nell’ambiente della sua parrocchia.

Egli però trovò modo di mantenersi in contatto con le menti più progressiste dell’epoca specie quelle dell’ambito fiorentino, come Padre Ernesto Balducci, Giorgio La Pira e lo stesso Don Milani. Temi a  lui cari, sul piano civile, furono il pacifismo e l’obiezione di coscienza. Sul piano religioso pose l’accento sulla centralità del Vangelo, sulla responsabilità dei laici nella vita della Chiesa, sul recupero integrale dei valori evangelici da parte dei preti e dei religiosi, sulla necessità che la Chiesa avesse un diverso atteggiamento verso il mondo e specialmente verso i più deboli. Per queste sue posizioni fu molto avversato da certi ambienti ecclesiastici. Solo una calorosa udienza concessagli da Giovanni XXIII nel 1959, poco prima di morire, lo ripagò di tante sofferenze subite. Concludiamo questi brevissimi cenni citando un pensiero di papa Paolo VI su Don Mazzolari: “Non era sempre possibile condividere le sue posizioni: don Primo camminava avanti con un passo troppo lungo e, spesso, non gli si poteva tener dietro; e così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti”.


da laGuardia n. 10/2017

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