Schermi. Come incidono su genitori e figli

dal nostro archivio

di Mirco Mazzoli

3, 6, 9, 12. Questo articolo inizia così, con una sequenza regolare di numeri crescenti. In essa si struttura, secondo Serge Tisseron, la regola d’oro per un buon rapporto di genitori e figli con gli strumenti tecnologici. Serge Tisseron è uno psichiatra e psicoanalista francese e la sua formula sull’approccio dei piccoli agli schermi (tv, smartphone, tablet, computer, e-reader) è oggi ripresa da molti studiosi in tutto il mondo come norma di comportamento valida per i suoi presupposti scientifici e per i suoi effetti educativi. Quei 4 numeri indicano 4 età e 4 diverse relazioni con la virtualità, da ‘nessuna relazione’ a una relazione mediata.

Esiste, tuttavia, una premessa ingombrante: nessun numero e nessuna regola aiuteranno i genitori nella loro sfida educativa se essi stessi per primi non daranno il buon esempio. Ma andiamo con ordine.

La situazione

Si può fare una battaglia contro i moderni strumenti di comunicazione? Contro Internet e i social? Certamente no. Non si può tornare indietro. Li si può demonizzare? Non è produttivo né corretto. Ogni genitore consapevole, tuttavia, intravvede i rischi che questi strumenti inseriscono nel quadro educativo e gli effetti negativi che un loro uso precoce induce nello sviluppo. Insomma, gli studiosi avvertono: cari genitori, fate buon uso del mondo digitale. Per capire di cosa stiamo parlando bisogna partire dai dati. Tra i più recenti figurano quelli contenuti nell’ultimo Rapporto Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sul benessere degli studenti in Europa (aprile 2017). Siamo dunque alla fine della catena dei numeri di Tisseron, quando i bambini iniziano a diventare ragazzi e possiamo, perciò, verificare alcuni effetti. Secondo il Rapporto OCSE, il 23% dei quindicenni italiani fa uso di Internet per più di sei ore al giorno e il 47% afferma di provare una sensazione di malessere se non può accedere alla rete. Ma la dipendenza non è l’unico problema. “I consumatori estremi di internet – scrive l’OCSE – hanno tendenzialmente peggiori risultati a scuola, maggiori probabilità di saltare scuola o arrivare in ritardo, e minori probabilità di conseguire una laurea o un diploma universitario” (fonte: Il Sole24Ore, 19 Aprile 2017).

Dati “sensibili” per genitori consapevoli

Anche i dati in mano alla SIP Società Italiana di Pediatria, pur risalenti al 2014 (“Generazione I like, sedicesima indagine nazionale sulle abitudini degli adolescenti italiani”), individuano una tendenza che oggi è più che strutturata, con diversi segnali di preoccupazione. Su un campione di 2.107 studenti della 3° media, la ricerca evidenzia che l’81% degli intervistati utilizza Internet tutti i giorni e che il 93% lo fa attraverso lo smartphone. “Si è conclusa la ‘migrazione’ dal computer allo smartphone (…) con un boom dei nuovi social – osserva la SIP -. (…) La quasi totalità degli adolescenti, dunque, ha internet sempre a portata di mano, in qualunque momento della giornata.” L’uso di Internet tramite smartphone sfugge al controllo dei genitori, che spesso sono meno preparati dei loro figli sul mondo digitale. Così il 15% dei giovanissimi intervistati nel 2014 afferma di aver postato un proprio “selfie” provocante (ma i ricercatori ipotizzano un “non detto” più alto), il 19% ha dato il telefono ad uno sconosciuto, il 16,8% gli ha inviato una foto, il 24,7% gli ha rivelato la scuola che frequenta, l’11,6% lo ha incontrato realmente, il 5,2% ha accettato proposte di sesso online. Ancora: il 56,6% di loro “chatta” la sera dopo cena e il 40% circa lo fa fino a tardi, assumendo un comportamento che interferisce con il sonno e incide sulla salute. E al risveglio internet è il primo pensiero e la prima azione della giornata per il 12,5% degli intervistati. Infine, secondo la ricerca SIP, chi “frequenta” più di tre social network manifesta una maggiore incidenza di comportamenti a rischio “non solo sul web ma anche nella vita reale”: vuole apparire più grande, fuma e beve di più e manifesta maggiore insoddisfazione per il proprio aspetto fisico – ma anche maggiore fragilità e insicurezza – rispetto ai coetanei che frequentano un solo social o non lo frequentano affatto. Ultimo ma per nulla meno inquietante: il 13% degli intervistati dichiara di aver giocato d’azzardo on line, anche se è vietato per legge. Vietato, non certo impossibile. 

Fuggire da Internet o regolarlo?

Per iniziare a rispondere vale la pena riprendere un intero periodo della ricerca della Società Italiana di Pediatria: “Spiega lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro: ‘Ben venga un cauto utilizzo dei social. Ma non dobbiamo dimenticare che i ragazzi, a 13 anni, sono solo all’inizio della loro vita e benché grandi esperti di tecnologia sono ancora degli sprovveduti quanto a esperienza reale. Il punto è che hanno a disposizione strumenti potentissimi, attraverso i quali entrano in contatto con il mondo, ma con la modesta attrezzatura di vita di un tredicenne. Dietro la vetrina dei social possono far credere di essere ciò che non sono, possono compensare le fragilità con l’aggressività, atteggiarsi, distinguersi: il rapporto con se stessi può essere falsato perché sono proiettati non sulla vita reale ma su un palcoscenico virtuale costituito da migliaia di sconosciuti. Ma soprattutto quello che manca è il confronto con il fallimento. La vita si impara vivendo, esponendosi al fallimento, ecco perché dobbiamo spingere i nostri ragazzi a uscire, a fare sport, a confrontarsi con gli altri’”.

Tisseron e i suoi numeri 

Una spinta ad uscire, quella suggerita da Scaparro, che si deve preparare fin dai primi mesi di vita. Qui viene in aiuto Tisseron. “Tutto è iniziato nel 2006 – racconta lo psicoanalista francese sul sito www.3-6-9-12.org – quando un canale televisivo ‘specificamente dedicato ai bambini al di sotto dei tre anni’ (…) ha iniziato la trasmissione sul suolo francese. (…) Denunciai pubblicamente questo progetto con grande energia. In realtà, non solo tutti gli studi condotti su infanzia e televisione dimostrano che la tv non aggiunge nulla all’infanzia ma in più questi canali sono concepiti in modo tale da far memorizzare al bambino personaggi che viene poi invitato a ritrovare su vari prodotti alimentari, quando i suoi genitori lo portano con loro al supermercato. Ciò che gli inserzionisti hanno ben definito “il fattore capriccio’ fa il resto: il bambino urla, i genitori comprano… I canali televisivi per bambini non hanno bisogno di contenere pubblicità, sono essi stessi pubblicità! Ahimè, le mie proteste non servirono a nulla e la tv per bambini piccoli si stabilì nel panorama dei media senza alcun ostacolo.” Eppure, da quel momento Tisseron iniziò un approfondito studio sull’influenza dei media e poi degli strumenti digitali sui bambini che coinvolse un pubblico sempre più vasto e suscitò le domande di molti genitori desiderosi di capire quale atteggiamento educativo assumere a riguardo. Tisseron individuò 4 età e, per ognuna di esse, indicazioni chiare. Le potete leggere nel box, nella bella sintesi che ne fa il sito genitorincorso.comune.fi.it, promosso dal Comune di Firenze. Oggi le indicazioni di Tisseron sono riconosciute e adottate dall’Associazione Francese per l’assistenza ambulatoriale infantile.

Ma in fin dei conti, che male faccio?

“Se lascio che mio figlio piccolo guardi un po di tv, che male faccio? Non sta fermo tutto il giorno, un po’ di respiro!”. La regola 3-6-9-12 e le raccomandazioni di molti altri studiosi non nascono certo da un vezzo: gli effetti dell’esposizione precoce dei bambini a tv e strumenti digitali possono non essere evidenti. Eppure ci sono. “Un bambino piccolo che fruisce un’ora di TV al giorno, è a rischio di sviluppare deficit di attenzione due volte superiore a chi non la guarda” annota sul sito “uppa.it – un pediatra per amico” Daniele Novara, pedagogista e fondatore del CPP – Centro Psicopedagigo per l’educazione e la gestione dei conflitti. Anche per la fascia 3-6 anni, Novara ricorda che mezz’ora di videoschermi al giorno è più che sufficiente, e l’accesso a internet è vietato. “Questa è una fase importante per sviluppare alcune capacità collegate all’immaginazione o alla motricità fine e per implementare le competenze relazionali e sociali.” Questa, inoltre, è anche la fase in cui i bambini imparano a litigare, tema molto caro al CPPP. “Occorre privilegiare le esperienze dirette, la manipolazione, l’interazione relazionale. I bambini litigano? Certo! È quello il loro compito evolutivo. Imparare a stare insieme, ad accettare la frustrazione, a far emergere le risorse creative di cui normalmente in questa età così plastica sono incredibilmente dotati. Non lasciate che si anestetizzino davanti ai video schermi, permettetegli di stare all’aria aperta, a contatto con la natura, di fare esperienze corporee e mentali nuove. Il loro futuro ne trarrà immenso vantaggio.

Nessun regola è sufficiente, senza l’esempio

Alla fine, però, ciò che davvero conta è il modello educativo, il comportamento che i figli imparano dai genitori. Nessuno studio, nessuna regola potrà aiutare i genitori incoerenti, specie nei primi anni di vita dei figli. “Occorre allora soprattutto in questa fascia d’età – conclude Novara – che i genitori curino i propri comportamenti. Non può funzionare il farsi vedere assorbiti dalla televisione, da un computer o da un telefono cellulare, magari talmente distratti da neanche accorgersi dei richiami dei figli. In quell’età i bambini sono molto inclini all’imitazione: se ci vedranno perennemente con in mano il telefonino ne vorranno uno.


da laGuardia n.10/2017

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