Religioni a digiuno. Stessa pratica, diverso senso

dal nostro archivio

di Gianfranco Parodi

Praticamente in tutte le religioni conosciute la pratica del digiuno, con caratterizzazioni più o meno diverse, è presente e viene attuata in momenti particolari dell’anno o semplicemente quando l’essere umano ha bisogno di mettersi in contatto con la realtà trascendente per propiziarne il favore o per impetrare un aiuto particolare. E’ anche un mezzo per controllare i propri desideri e le proprie cattive abitudini perché consente alla mente di avere un più completo controllo del corpo.

Nel Buddismo, per esempio, il digiuno è considerato un mezzo per ottenere un livello più alto di spiritualità, cioè uno “svegliarsi”: in altre parole si tratta di una fase iniziale di disciplina personale nel cammino verso la perfezione.

Anche nell’Induismo è importante il digiuno perché esso è uno strumento di autodisciplina che stabilisce un rapporto armonioso tra il corpo e l’anima, portando l’uomo ad accordarsi con l’assoluto. Ma poiché l’induismo è una religione politeista, il digiuno può essere anche un voto volontario che il singolo fedele fa nei confronti di qualche divinità in funzione dei suoi bisogni.

Forse la forma più nota di digiuno, ancora molto praticata ai nostri giorni è quella del Ramadan Islamico. Secondo i Musulmani, quando una persona è troppo attaccata al benessere materiale, diventa negligente nei suoi rapporti con il Creatore. Quindi il digiuno nel mese di Ramadan (che consiste nel non prendere cibo nelle ore diurne) non è una forma di penitenza per scontare i peccati ma è un qualcosa di positivo, un modo per essere più vicini a Dio.

In questa rapidissima panoramica non possiamo non citare il mondo Ebraico da cui tanti riti e tradizioni sono poi passati al cristianesimo. Nell’Antico Testamento troviamo molti riferimenti al digiuno sia come pratica collettiva che come pratica individuale: la sua funzione era quella di ottenere aiuto da Jahvè o di dimostrargli il ravvedimento a seguito delle numerose infedeltà che hanno accompagnato la storia del popolo ebraico. Era però sempre presente il rischio che questa pratica fosse solo un segno esteriore e che non coincidesse con una reale disposizione spirituale della persona. Per questo molti profeti si scagliarono contro l’ipocrisia dei loro contemporanei.

I Vangeli ci riferiscono di quegli Ebrei osservanti che accusavano Gesù di non praticare con sufficiente attenzione il digiuno ma, al contrario, di banchettare spesso e volentieri (e specialmente con peccatori e con ogni sorta di gente impura). Gesù, dal canto suo, rimproverava agli scribi e ai farisei il loro formale rispetto delle regole (come quella del digiuno), osservate però solo per ostentare virtù e non accompagnate da coerenti disposizioni dell’animo. Peraltro c’è da ricordare che nonostante le critiche dei benpensanti, Gesù il digiuno lo aveva praticato eccome! Basti ricordare i 40 giorni di digiuno nel deserto all’inizio della sua attività pubblica. Ecco proprio da quell’episodio della vita di Cristo, trae origine la nostra Quaresima, cioè il periodo di 40 giorni prima della Pasqua in cui i cristiani sono invitati alla penitenza, intensificando la preghiera, la carità e, appunto, il digiuno.

E veniamo quindi al Cristianesimo. Ci pare che il concetto di digiuno cristiano sia stato ben sintetizzato in un messaggio quaresimale di Papa Benedetto XVI: “La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore. (…) Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti“.

Nel mondo Cattolico, in origine, tutto il periodo quaresimale era dedicato al digiuno (un solo pasto al giorno). Poi si passò alla sola astinenza dalle carni (lasciando il digiuno solo in determinate giornate). A questo precetto si aggiungeva l’obbligo di astinenza dalle carni in tutti i venerdì dell’anno. Con la riforma delle norme sul digiuno voluta dal Papa Paolo VI nel 1966, c’è stato un riordino di tutta la materia e una sua mitigazione. Sono stati fissati due soli giorni di digiuno (e di astinenza dalla carni) il Mercoledì delle Ceneri e il Venerdì Santo. In tutti i Venerdì di Quaresima poi continua la prescrizione dell’astinenza dalle carni (non dal pesce). Questo per la generalità dei fedeli. Esistono poi delle norme molto più severe all’interno dei diversi Ordini Monastici che possono prevedere digiuni o astinenza dalle carni (o anche tutte e due le cose assieme) per molti o tutti i giorni dell’anno. Quanto sopra, come si è  detto vale per il Cattolicesimo.

Cosa accade nelle altre confessioni Cristiane? Gli Ortodossi hanno tuttora delle regole molto più stringenti delle nostre, prevedendo due giorni di digiuno in tutte le settimane dell’anno (salvo poche eccezioni). In questi due giorni (mercoledì e venerdì) è consentito il solo pasto di mezzogiorno che non deve contenere cibi di origine animale (carne e pesce) né olio o vino. Tutto questo però non è sancito da uno specifico “precetto” come accadeva per la chiesa cattolica ma si tratta solo di un consiglio la cui mancata osservanza non determina situazione di peccato.

Nelle Confessioni Evangeliche, sin dal loro sorgere, le regole del digiuno in qualche maniera restarono ma non venne data loro l’importanza che invece avevano nel Cattolicesimo: erano, e sono, semplicemente dei consigli, che non vincolano il fedele e che servono per fortificarne lo spirito. Il digiuno è raccomandato come mezzo per controllare le proprie passioni ma non è inteso come mezzo per ottenere grazie da Dio (come accadeva per gli ebrei): il digiuno, dicono i protestanti,  serve agli uomini e non a Dio. Nel digiuno possiamo infine ravvisare anche un valore laico, sociale: ci aiuta a considerare coloro che il digiuno devono “subirlo” tutti i giorni, perché non hanno mezzi di sostentamento. Di fronte a queste ingiustizie interne alle nostre società e planetarie, è immorale appagarsi di un benessere spensierato che spreca il cibo ed è invece necessario convincersi dell’importanza della condivisione.


da laGuardia n.2/2017

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