Progresso dei popoli. La profezia di Paolo VI

dal nostro archivio

di Maria Pia Bozzo

Quando nel Messaggio per la Quaresima 2017 Papa Francesco cita la parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro e individua nell’avidità di denaro la radice di tutti i mali che tormentano l’umanità e auspica che  riscoprendo il dono della Parola di Dio si possa essere purificati dal peccato e servire Cristo presente nei fratelli bisognosi, è difficile non cogliere nelle sue parole il richiamo alla grande enciclica di papa Paolo VI, la “Populorum progressio”, che venne annunciata al mondo 50 anni fa, il 28 marzo 1967 nel giorno di Pasqua.

Il Card. Paul Poupard, che allora era un giovane officiale della Segreteria di Stato, racconta in una intervista all’Avvenire, del 28 marzo u.s., come fu lui a presentare alla stampa un testo che avrebbe innovato e quasi rivoluzionato la dottrina sociale della Chiesa e che avrebbe rappresentato un essenziale punto di riferimento in particolare per gli ultimi due papi, Benedetto XVI e Francesco. Molte espressioni di Papa Francesco, dalla condanna del capitalismo selvaggio (“L’economia che uccide”) alla condanna del commercio delle armi che alimenta le guerre in varie parti del mondo, al diritto dei popoli di cercare condizioni di vita dignitose ci riportano a papa Montini e alla sua enciclica.

Si legge infatti nell’enciclica di cinquant’anni fa: “I popoli della fame interpellano oggi in modo drammatico i popoli dell’opulenza. La Chiesa trasale a questo grido di angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello”. Il Papa affronta i grandi fenomeni che hanno caratterizzato gli anni Sessanta: processo di decolonizzazione in particolare in Africa, povertà e fame, grandi carestie, secolarizzazione, movimenti rivoluzionari che agitano interi continenti. Nei suoi viaggi in Africa, America Latina e India, aveva potuto prendere diretta conoscenza di questi problemi, in particolare degli enormi dislivelli nelle condizioni di vita (istruzione, lavoro, salute) e del loro aggravarsi (“I popoli ricchi godono di una crescita rapida, mentre è lento il ritmo di sviluppo di quelli poveri”), anche a causa della differente possibilità di avvalersi del progresso tecnologico. E intuisce che il progresso tecnico da solo non basta (“Non basta promuovere la tecnica perché la terra diventi più umana da abitare”), critica i messianismi terreni che puntano a cambiamenti rivoluzionari del sistema (“Grande è la tentazione di respingere con la violenza simili ingiurie alla dignità umana… non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande”), ma ritiene anche che non si può chiamare sviluppo la semplice crescita economica che non sia guidata dalla giustizia e propone uno sviluppo “integrale” volto cioè “alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo”, un “umanesimo planetario che garantisca il passaggio per ciascuno e per tutti da condizioni meno umane a condizioni più umane”.

Oggi, a cinquant’anni di distanza possiamo facilmente riconoscere quanto l’enciclica di Paolo VI sia stata pertinente e quanto profetica l’analisi delle condizioni del mondo in essa contenute. E ancora il Papa, individuando il male essenziale della condizione umana, affermava: ”Senza dubbio l’uomo può organizzare la terra senza Dio, ma senza Dio egli non può alla fine che organizzarla contro l’uomo.” Se li consideriamo globalmente, i numeri della fame diminuiscono, ma restano ancora enormi, mentre si accentuano le differenze non solo tra i popoli, ma anche all’interno di ogni singolo paese; le guerre si sono diffuse con il loro carico di vittime, distruzioni, fughe di intere popolazioni. Ecco perché dopo Paolo VI, da Giovanni Paolo II a Francesco, tutti i papi affrontano con insistenza il tema della povertà e della giustizia come centrali per la dignità umana e come momento essenziale di ogni impegno cristiano o, meglio, evangelico. In conclusione, affermava la Populorum Progressio, “ciascuno esamini la sua coscienza, che hauna voce nuova per la nostra epoca”.


da laGuardia n.4/2017

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