Pandemia. Ora ti rendi conto che…?

Oltre il dramma sanitario, le domande scomode del Coronavirus.

a cura della Redazione

La pandemia ha sollevato molte domande. Le ha poste brutalmente, come schiaffi alla vita quotidiana. Sono domande scomode, che rivelano contraddizioni all’interno di ciò che la maggior parte di noi ritiene normale e che improvvisamente non appare più così. Riteniamo infatti normali certi comportamenti, certi punti di vista, certe abitudini che invece non sono ‘la norma’, cioè non sono per tutti e di tutti oppure sono dannosi. Solo che noi non lo sapevamo più. E questo succede perché eventi epocali come la pandemia livellano tutto, come si dice “non guardano in faccia a nessuno”, neppure ai ricchi, al progresso, al benessere. Come davanti ad uno specchio, la pandemia ci ha guardato e ci ha detto: “Ora ti rendi conto che…?”.

Abbiamo posto a noi stessi alcune tra quelle domande e proviamo a condividerle in queste pagine. Ciascuno si ritroverà descritto in una o più proposizioni, oppure si sentirà già oltre la normalità. Che non è la anormalità, ma la corresponsabilità.

Ti sei reso e resa conto…

  • che il tuo comportamento salva la vita di un’intera comunità?

  • che ciò vale non solo per la pandemia ma per ogni comportamento sociale, il quale non è mai solamente una scelta individuale né privata?

  • che la solitudine, soprattutto delle persone anziane, è una piaga che nelle nostre “vecchie” città colpisce gran parte della popolazione e che, se non vuoi esserne vittima tu, un domani, è bene educarci ed educare alla cura dei nonni?

  • che le case di riposo, in moltissimi casi condotte con dedizione e rispetto delle persone accolte, tuttavia non devono essere la scelta preferenziale, se si può tenere a casa il proprio genitore?

  • che bastano due mesi di lavoro fermo per spedire molte persone sotto la soglia della povertà e che i poveri non possono essere un problema solo di qualche ente di carità?

  • che ci sono troppe persone che lavorano nelle nostre città, nelle nostre campagne, nelle nostre stesse case e sono spesso in nero o precarie, senza contratto e senza tutele?

  • che questo stato di emarginazione non è un male solo per chi lo patisce ma è una fragilità sociale, cioè dipende da tutti e ricade su tutti, come dimostrano eventi quali la pandemia?

  • che nessun cittadino, neppure recluso per qualche reato, può essere dimenticato, perché una società che dimentica è una società che si ammala?

  • che tutti i mestieri e tutte le professioni sono essenziali? che non puoi fare a meno del medico e dell’infermiere ma neppure dello spazzino, del negoziante, dell’autotrasportatore e così via? che nessun lavoro è fine a se stesso ma è un servizio agli altri e in questo ha la sua dignità e va svolto con passione e diligenza?

  • che un sistema politico libero e democratico non può ridursi a rissa perenne tra partiti e ad egoismi tra Stati, in Italia, in Europa, nel mondo?

  • che, sapendo che il costo di un cacciabombardiere italiano equivale a 1.000 letti di terapia intensiva mancanti, puoi orientare le scelte della politica anche tu, preoccupandoti di ciò che salva e non di ciò che distrugge una vita?

  • che il sistema sanitario pubblico, la ricerca scientifica, i servizi sociali, la scuola, l’università, la cultura, non possono mai essere penalizzati, come invece è avvenuto troppo spesso?

  • che, avendo vissuto la reclusione in una casa di città portata all’estremo, è importantissimo avere più spazi verdi, più luoghi all’aria aperta per i giochi dei bimbi o per fare attività in natura, più orti urbani, più cura del territorio?

  • che quella incredibile pulizia dell’aria, dopo che le auto e le moto sono rimaste ferme per un tempo impensato, è una gioia per tutti e dovresti preoccuparti di inquinare di meno, anche spostandoti in bici, ove possibile? Che servono più piste ciclabili?

  • che, ora che la tua azienda è costretta a fare smart working, tante mansioni (che già prima non prevedevano alcun contatto umano) possono essere svolte da casa evitando ingorghi inquinanti ogni giorno sulle strade, solo per spostare una persona connessa a Internet da una scrivania ad un’altra?

  • che però, dopo essere stati isolati diligentemente, non possiamo fare a meno delle relazioni? e che, se il senso di responsabilità ci ha vincolati a casa per mesi, non possiamo però ricadere in una società individualista, che pensa per sé?

  • che non ci sono due mondi – il nostro e quello della maggioranza che soffre fame, migrazioni, guerre – e che non ci salveremo del tutto se ci salviamo da soli?

  • che si può fare a meno della Messa per qualche tempo se però ritorniamo alla Messa con più consapevolezza e più relazioni con la nostra vita?

Chi trovasse queste domande retoriche ha tutta la libertà di farlo, salvo accettare anche la libertà di mantenere tutto come sta, correre gli stessi rischi, piangere sul latte versato, per essere diretti. Non si tratta di accusare gli altri, è un rischio che corriamo tutti, appena passato il pericolo. Come c’è l’eventualità che il ritorno alla normalità diffonda nuovamente il contagio, così esiste il rischio che, superata la crisi, disperiamo quel senso di comunità e di corresponsabilità che tanto ci ha sostenuto e che ci ha fatto cantare dai balconi. Quello sì che non sarebbe normale, no?

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