La coerenza di don Primo Mazzolari

dal nostro archivio

di Maria Pia Bozzo

Il 20 giugno scorso papa Francesco, con la visita alla tomba di don Mazzolari e a quella di don Milani, si può dire abbia definitivamente chiuso un’epoca di incomprensioni e di ambiguità nei confronti di due fra i più significativi testimoni del Vangelo della nostra epoca: due preti dalla parte degli ultimi.

Un atto di giustizia ma soprattutto di riconciliazione” lo ha definito Mons. Napolioni, vescovo di Cremona, dove il 18 settembre scorso si è aperta ufficialmente la causa di beatificazione del Servo di Dio don Primo Mazzolari (1890-1959), un esempio di cristianesimo incarnato nella storia. Di lui papa Paolo VI ebbe a dire: “Aveva un passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti.

Certamente la fede cristiana, a partire dalla sua radice ebraica, è sostanzialmente profetica e tutta la scrittura lo testimonia, così come ci assicura che Dio non farà mai mancare i suoi profeti; i profeti, infatti, rivelano la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Da Mosè ai giorni nostri i profeti non sono mai mancati, ma spesso manca l’attenzione e l’accoglienza ad essi perché con la loro voce colpiscono le pigrizie, le durezze di cuore, le ambizioni, le sordità, le incoerenze della vita rispetto al Vangelo: in una parola sono scomodi. Esercitare la profezia non significa certo prevedere il futuro, ma comprendere il mondo alla luce del Vangelo; annunciare il Vangelo; servire il prossimo in nome di Cristo; promuovere la giustizia.

In altre parole possiamo riconoscere che le quattro grandi direttrici del Concilio Vaticano II – comprensione, annuncio, servizio e impegno per la giustizia – sono sempre state  caratteristiche fondamentali di qualsiasi impegno profetico. Ad esse Don Primo Mazzolari improntò tutta la sua vita: la sua profezia, ha detto papa Francesco, nella sua visita a Bozzolo, “si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata. Ha vissuto da prete povero, non da povero prete.

Nello scritto “La via crucis del povero” Don Primo rileva che la carità è questione di spiritualità e di sguardo: “Chi ha poca carità vede pochi poveri; chi ha molta carità vede molti poveri; chi non ha nessuna carità non vede nessuno.” Il tema della povertà nella Chiesa e della Chiesa dei poveri costituisce una delle riflessioni più ricorrenti nei suoi scritti e nella sua predicazione, unitamente a quello dell’educazione alla pace che si colora di molteplici aspetti: dai rapporti interpersonali a quelli sociali e politici, alla pace fra le nazioni, al valore dell’obiezione di coscienza. E tutto ciò in un periodo di grandi conflitti che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, con gli strascichi di violenza che essa aveva lasciato, alla divisione del mondo in blocchi contrapposti, la cosiddetta guerra fredda, alla corsa agli armamenti nucleari.

Importanti a questo proposito i due volumetti: “Della tolleranza”, scritto nel 1945 e stampato postumo nel 1960, e “Tu non uccidere” del 1955. Un altro scritto prezioso, composto durante la guerra e pubblicato nel 1954 da Don Mazzolari stesso è la raccolta dei commenti ai Vangeli della domenica di un intero anno liturgico. Nella 4° d’Avvento, commentando Luca 3, 1-2, dice: “Un cristiano può chiudersi volontariamente in una cella, come può lasciarsi chiudere giubilando in una prigione, a condizione però che cella e prigione divengano il punto per far leva sul mondo.”  Questo pensiero è rivelatore dell’energia e della passione pastorale di Don Mazzolari rimaste intatte anche quando la sua voce, per le incomprensioni dell’autorità ecclesiastica del tempo, fu costretta al silenzio o quasi.        

C’è un piccolo libro, sempre pubblicato dalla casa editrice La Locusta di Vicenza, certamente prima del 1960, intitolato “Zaccheo”, dal quale a conclusione di questo  ricordo di don Mazzolari, vorrei trarre alcune considerazioni. Pochi oggi parlano di Zaccheo, eppure è l’unico esempio di conversione radicale di un ricco che c’è nel Vangelo. E don Primo commenta in meno di 70 paginette il brano di Luca, XIX, 1-10. Di Gesù che sale a Gerusalemme dice: “La strada ora è la sua chiesa, la sua cattedra, ilconvito della sua carità”. Riflettendo su Zaccheo, ricco ma odiato e probabilmente ormai stanco del suo oro, scrive: ”Lo svincolo dalla schiavitù della ricchezza, la vera libertà non consiste nel far getto della propria vita, come la vera religione non consiste nel disprezzo del mondo materiale, ma nella certezza evangelica che non sarei nulla anche se riuscissi a guadagnare tutto il mondo”. E sulle parole conclusive di Gesù: “Oggi per questa casa è stata fatta salvezza – scrive – ‘Oggi’ più che una data è una sosta dell’eterno. E non passa come non passa il bene: e cresce e si ripete come cresce e si ripete il bene… Dio costruisce con l’uomo su pietra d’uomo… Dio crea sempre e senza il nostro riconoscimento”.


da laGuardia n. 10/2017

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