La chiesa affronta i giovani

dal nostro archivio

di Mirco Mazzoli

Come forse è noto, nell’Ottobre del 2018 la Chiesa dedicherà il Sinodo dei Vescovi ai giovani. Dopo la famiglia, un altro soggetto complesso e composito alla cui comprensione si sta già lavorando, con un documento preparatorio e un questionario per chiedere l’opinione di tutte le chiese particolari, sul modello dei Sinodi recenti.

Ha un nome lungo – ‘I giovani, la fede e il discernimento vocazionale’ – ma diciamo: “il Sinodo dei giovani”, si capisce meglio!”. Così Papa Francesco, con la sua solita freschezza (e franchezza) ne ha parlato ai giovani presenti nella Basilica di Santa Maria Maggiore, a Roma, lo scorso 8 aprile, in preparazione alla prossima GMG di Panama (gennaio 2019). “Qualcuno potrebbe dire: ‘Ma… facciamo il Sinodo per i giovani cattolici… per i giovani che appartengono alle associazioni cattoliche, così è più forte…’. No! Il Sinodo è il Sinodo per e di tutti i giovani! I giovani sono i protagonisti. ‘Ma anche i giovani che si sentono agnostici?’. Sì! ‘Anche i giovani che hanno la fede tiepida?’. Sì! ‘Anche i giovani che sono lontani dalla Chiesa?’. Sì! ‘Anche i giovani che – non so se c’è qualcuno… forse ci sarà qualcuno – i giovani che si sentono atei?’. Sì! Questo è il Sinodo dei giovani, e noi tutti vogliamo ascoltarci. Ogni giovane ha qualcosa da dire agli altri, ha qualcosa da dire agli adulti, ha qualcosa da dire ai preti, alle suore, ai vescovi e al Papa! Tutti abbiamo bisogno di ascoltare voi.”    

Il sociologo Franco Garelli ha pubblicato lo scorso anno per “Il Mulino” la ricerca “Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?”, condotta da Eurisko su un campione di 1500 giovani. Dallo studio emergono molti spunti interessanti che danno ragione al Papa – e non solo a lui, naturalmente, ma a tutti quei pastori, educatori, formatori cattolici che vedono quanti giovani stanno fuori dall’ovile (e quelli dentro non sono tutti così convinti di rimanere).

In realtà Garelli conferma che la fede tra i giovani italiani resiste e che la loro è una generazione “complessivamente cattolica”: il 72% dei ragazzi dice di credere in Dio mentre più del 70% afferma di essere “in qualche modo cattolico” ma solo il 27%, sostiene di pregare e solo il 13% va in chiesa settimanalmente. Non possiamo parlare, osserva lo studio, di un tracollo ma di una progressiva “secolarizzazione dolce”. E però….

Però aumentano i giovani che si dichiarano non credenti, dal 23% del 2007 al 28% del 2015: sono il gruppo che è cresciuto di più e uno dei più numerosi. Al loro opposto, i giovani che si dichiarano “credenti e attivi” sono solo il 10%. Basta entrare in una chiesa qualsiasi, del resto, per rendersene conto. Non è questo, tuttavia, il dato peggiore: deve preoccupare di più quel 36,3% di giovani che si dichiara “credente per tradizione e educazione” e, al suo interno, quel 22% che in realtà ammette di non credere in Dio. Per quanto possa apparire bizzarro, esiste una definizione per questo atteggiamento interiore che è diffuso anche tra gli adulti: “appartenenza senza credenza”. Scrive Garelli che i giovani che non credono sono “maggiormente presenti nelle zone geografiche più dinamiche e produttive, tra quanti hanno un’istruzione elevata e nelle famiglie di medio-buona condizione socioculturale”: rappresentano “l’avanguardia moderna dell’Italia giovane”.

Che fare? Spingere dentro a forza i lontani, convertire a tutti i costi gli atei e incendiare i tiepidi, chiudere le porte a chi tenta di uscire? Sembra difficile – e soprattutto lontano dallo stile del Vangelo.

Eppure è proprio a “questi” giovani – e non ad una loro rappresentazione idealizzata – che la Chiesa si propone parlare, o meglio sono “questi” i giovani che essa si propone di ascoltare. Più liberi di non credere ma forse più disorientati. “Nel Sinodo – dice il Papa – la Chiesa, tutta, vuole ascoltare i giovani: cosa pensano, cosa sentono, cosa vogliono, cosa criticano e di quali cose si pentono. Tutto. La Chiesa ha bisogno di più primavera ancora, e la primavera è la stagione dei giovani.” Giovani che, tuttavia, devono affrontare l’inverno delle prospettive, la fragilità dei sogni, la bassa tensione degli ideali, la sensazione di essere scartati da quella società che, fino a prova contraria, avrà un futuro solo con loro. Giovani siffatti potrebbero avere la tentazione di sedersi sul divano. L’unica precondizione posta all’ascolto dei giovani da parte della Chiesa di Papa Francesco non è un precetto ma proprio questa preghiera accorata: cari giovani, dice il Papa, non sedetevi, non potete essere “giovani ‘in pensione’, né giovani ‘da divano’, ma giovani che camminano, giovani di strada, giovani che vanno avanti, uno accanto all’altro, ma guardando il futuro. (…) Abbiamo bisogno di giovani in cammino. Il mondo può cambiare soltanto se i giovani sono in cammino.”

Per alzarsi e camminare, però, c’è bisogno di sentirsi chiamare, di una meta da raggiungere, di qualcosa da realizzare, di un servizio da compiere e di una persona da servire. C’è bisogno di identità. “Vorrei invitarvi a fare questo cammino con gioia – dice il Papa ai giovani –. Ci vuole coraggio. (…) E ringraziare per quello che sei: ‘Io sono così: grazie!’. Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: ‘Ma chi sono io?’. Tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: ‘Per chi sono io?’. (…) Per chi sono io, non chi sono io: questo viene dopo, sì, è una domanda che si deve fare, ma [prima di tutto] ‘perché’ fare un lavoro, un lavoro di tutta la vita, un lavoro che ti faccia pensare, che ti faccia sentire, che ti faccia operare. I tre linguaggi: il linguaggio della mente, il linguaggio del cuore e il linguaggio delle mani. E andare sempre avanti.”

“Essere per” è il fondamento della vita cristiana, è il modo di Dio, il modo di una Chiesa che ha l’ardire di chiamarsi (ancora) cattolica, cioè ‘per tutti e universale’, che ha l’ardire di essere (ancora) per i giovani. Una Chiesa che vuole ascoltare i giovani non può che sedersi al loro pozzo con la sete e l’urgenza di farsi dar da bere, uscire dal recinto per incamminarsi sui prati all’orizzonte (o in periferia, se preferite) portandosi dietro in questo rischioso viaggio i già convinti, i sempre tiepidi e i credenti per tradizione. Usciranno e troveranno pascolo.


da laGuardia n. 6/2017

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