Genova voleva liberarsi dell’azzardo

dal nostro archivio

di Mirco Mazzoli

Lavoro o salute? È questo l’ultimo muro contro cui ci spinge l’azzardo, almeno in Liguria e soprattutto a Genova. Per non perdere 3.000 posti di lavoro, specie tra bar e tabaccherie, la Regione Liguria ha prorogato di un anno la legge che imponeva di rimuovere le slot dalla maggior parte degli esercizi commerciali in città, a partire dal 2 maggio.

Assolutamente contrari alla proroga il Comune di Genova, il mondo socio-sanitario, i servizi per le tossicodipendenze (Ser.T.), il terzo settore, la Chiesa, che ha preso posizione con le organizzazioni ecclesiali che si occupano di disagio. Per loro, l’azzardo è una piaga sociale e causa inammissibile di malattia, povertà e degrado. Bisogna sapere che, 5 anni fa, era stata la stessa Regione Liguria, guidata però da una giunta di diverso orientamento politico, a fissare il 2 Maggio 2017 come termine entro cui gli esercizi commerciali avrebbero dovuto adeguarsi al regolamento comunale. Non sono bastati. E ciò perché nel frattempo, anziché diminuire per prepararsi alla scadenza, l’economia basata sulle slot è cresciuta, si è ramificata, è divenuta fonte di maggiore guadagno per molti esercenti e di nuovo lavoro.

Da questa situazione discendono alcune domande in contrasto tra loro che hanno attraversato il dibattito genovese in questi ultimi mesi e che potrebbero riproporsi anche in altri contesti locali.

1 – Possiamo permetterci di rinunciare al lavoro, pur se si tratta di una “economia slot”, in un tempo di crisi economica come questo? La risposta sembrerebbe: no. 

2 – È lavoro, però, quello sviluppato intorno alle slot? Produce reddito ma non valore aggiunto: non è un servizio reso alla collettività, anzi introduce un elemento di fragilità. La risposta sembrerebbe: no.

3 – Le slot (e le altre forme di giochi a premi in denaro) creano giocatori patologici o sono le persone deboli che diventano tali? Secondo gli esperti dei Ser.T. e il mondo del sociale, ogni persona, anche sanissima, che si avvicina al gioco, può diventare giocatore patologico perché è l’azzardo che spinge alla malattia e non la malattia che spinge all’azzardo. Secondo le rappresentanze di bar e tabaccherie, invece, proprio la presenza capillare sul territorio e il senso di responsabilità degli esercenti vigila sui giocatori a rischio e limita i danni. I giocatori patologici, tra l’altro, sono pochi, per i dati nelle loro mani. Per i Ser.T, al contrario, le stime dicono che ci sono tra gli 8.000 e 9.000 giocatori a rischio a Genova, soprattutto anziani; dal 2011, i Ser.T. liguri hanno visto triplicare i casi di dipendenza dall’azzardo, da 116 a 368 persone ma, dicono, sono la punta di un fenomeno sommerso molto più ampio: sono, cioè, solo quelli che prendono il coraggio a due mani, ammettono di avere un problema e cercano una soluzione.

Cosa fare? La Regione ha deciso: per prima cosa salvaguardare i posti di lavoro. Poi riscrivere la sua stessa legge (la 17/2012, ereditata da altri politici) che essa giudica ideologica e irrealistica. Infine: aprire un dialogo con le parti sociali per affrontare seriamente la cura della patologia da azzardo. Quella del dialogo per affrontare la ludopatia è l’unico punto di convergenza con il vasto fronte dell’opposizione sociale a questa decisione. E del resto è l’unica cosa possibile da fare, ora.

Però. Una società costretta ad ammettere l’azzardo come fonte di reddito o che, pur di lavorare, produce una nuova forma di dipendenza  non sembra essere una buona società, coesa, corresponsabile, che cresce solidaristicamente in tutte le sue parti, proiettata davvero verso il futuro. Sembra piuttosto una società che taglia il ramo su cui siede. A incoraggiarci, non manca l’esempio di quegli esercenti che in questi anni si sono liberati delle slot rinunciando ad un bell’introito: non hanno dovuto chiudere e in certi casi hanno visto crescere e riqualificarsi la clientela.

In conclusione, rimangono ancora (o almeno) due domande in contrasto. Vogliamo una società moralista e proibizionista? La risposta sembrerebbe: no. E tuttavia, come cittadini ed esercenti, vogliamo rinunciare a fonti di guadagno facile se ci accorgiamo che fanno male ad altri cittadini? Come cittadini e amministratori, vogliamo sviluppare l’economia reale su possibilità occupazionali costruttive? Come cittadini attivi, vogliamo sostenere un progresso fondato sulla certezza del lavoro e della reciproca solidarietà e non sull’alea dell’azzardo?   

Ecco, la risposta (forse univoca) sembrerebbe: sì.


da laGuardia n.4/2017

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