Don Renzo, pastore che non passa

dal nostro archivio

di Giacomo D’Alessandro

In questi dieci anni mi è capitato spesso di incappare in don Renzo Ghiglione. Che fosse tra le cime della Val Maira, durante le attività sociali della Piuma onlus o chiacchierando di emergenze pastorali con qualche prete. O ancora, ricevendo la testimonianza di qualche amico immigrato anni fa dall’est Europa. Don Renzo c’entrava, era spesso di mezzo.

Forse uno dei criteri per riconoscere i “profeti” è proprio rendersi conto di quanto intensa e attuale rimanga la loro presenza anni dopo la loro dipartita. Prima citazione che mi viene: “Se il seme caduto in terra non muore, rimane solo. Se muore, porta molto frutto”. E Renzo, che seme ha cercato di esserlo per tutta la vita, dieci anni fa è morto. Caduto, per motivi ancora difficili da chiarire, dal sentiero Cu du Mundu sopra Arenzano. Che abbia germogliato abbondantemente è cosa evidente per quanti si sono ritrovati coinvolti in una delle tante opere da lui ispirate e animate. E non dovrebbe stupire questa fecondità: Renzo è stato pastore con idee forti ma al contempo con una profonda capacità di ascolto della realtà e dei segni dei tempi.

Non è un caso che molte delle sue iniziative coinvolgessero i laici come comunità protagonista. Penso ai Cammini di ricerca per adulti, di cui prese le mosse da don Marco Granara e che negli ultimi anni considerava una vera e propria priorità pastorale. Penso al “Micronido Pratorotondo” che oggi porta il suo nome, voluto a sostegno delle maternità fragili e precarie in una società dove la disuguaglianza economica resta pietra d’inciampo. Penso ai “Campifamiglie” estivi di Pratorotondo, dove è stato possibile sperimentare la vita comunitaria e l’autogestione, anche spirituale, in una società e in una chiesa dove ricostruire comunità autentiche sembra esigenza insormontabile. Penso infine a slanci, sogni e progetti di solidarietà verso le nuove povertà e solitudini.

Incalcolabili sono le scelte di vita e di impegno per cui Renzo è stato riferimento incoraggiante. Una presenza autorevole e affidabile che trapelava da una persona semplice, sempre inquieta, a volte testarda e inamovibile, a volte spossata, che mai faceva pesare il suo essere prete, men che meno in chiave clericale, e che non amava creare distanze quanto invece colmarle. Bastava salire insieme a lui un sentiero di montagna, cantare una canzone blues chitarra e armonica, fermarsi di notte con i bambini a guardare le stelle, e il gioco era fatto.

Conviviale, sensibile alla bellezza della vita quanto ai bisogni impellenti della società contemporanea, don Renzo aveva radici profonde che nutriva dei migliori riferimenti ecclesiali e pedagogici del post-Concilio, oggi sempre più patrimonio di tutti grazie anche alle decise attenzioni di Papa Francesco. Seconda citazione che mi viene: “Nessun profeta è ben accetto in patria”. Anche questo emerge dalle preoccupazioni che animavano Renzo negli anni del suo lavoro pastorale; la lettera d’ingresso a Certosa nel 2002 parla chiaro sulle priorità ecclesiali: inclusione positiva degli immigrati nel quartiere, attenzione concreta e progettuale alle povertà, formazione cristiana seria per gli adulti, protagonismo di tutti nel confronto e nell’ascolto dei segni dello Spirito nella società. Questioni tutt’altro che datate, tutt’altro che facili, tutt’altro che ben accette e prioritarie anche oggi, per le quali Renzo ha investito energie pastorali, creatività, collaboratori di fiducia, consapevole di andare il più delle volte controcorrente. Tanto del suo impegno, con certe modalità e certe libertà anche di dire e di fare, non veniva e non viene capito; a volte è stato condiviso ma senza imitarlo, salvo celebrarlo a posteriori.

Quanti fan e quanti imitatori? Stesso dilemma oggi posto da una figura autentica ed evangelica come papa Bergoglio. Perché don Renzo ha intrapreso con semplicità e cocciutaggine vie difficili per i contesti parrocchiali genovesi e non solo. È stato ed è riferimento per moltissimi preti e laici, cui è venuto a mancare un compagno di viaggio, di confronto e di libera amicizia. Un pastore con l’odore delle pecore, capace a stare davanti, in mezzo e anche dietro al fiuto del popolo. Capace di “diocesanità”, quella dimensione insolitamente sottolineata dal Papa nel suo discorso al clero genovese, ovvero di non creare nicchie e movimenti personalistici o clericali, quanto di seminare metodo, innovazione, partecipazione, slancio evangelico consegnando sempre questo patrimonio a servizio della diocesi tutta. Forse per questo don Renzo è sempre andato “oltre” il cortile della parrocchia, in tutte le cose che ha seminato, generando una cooperazione, riflessione e confronto tra persone di ogni dove, vicine e lontane, rimandando sempre alle uniche sorgenti di acqua viva: il cammino dietro a Gesù, la ricerca impegnata della giustizia. Insieme, tra queste cime.

Non c’è memoria utile se non per interrogarsi sull’oggi e porsi in cammino, raccogliere il meglio e immaginare come diventarne protagonisti attivi. Questo mese, cercando tra gli amici di Renzo di raccogliere canzoni, letture e spunti a lui cari, più di una volta mi è stato sottolineato il suo amore per Gaber. Tanto da sceglierne una canzone come simbolo di un cammino annuale diocesano per i giovani. Quella canzone era “C’è solo la strada”. L’ho dovuta ascoltare più volte per restare stupito ancora una volta dell’intuito attualissimo di Renzo, che sceglie una canzone contro l’individualismo delle famiglie. Un monito ai giovani, futuri madri e padri. “C’è solo la strada su cui puoi contare, la strada è l’unica salvezza / c’è solo la voglia, il bisogno di uscire, di esporsi nella strada, nella piazza / perché il giudizio universale non passa per le case, le case dove noi ci nascondiamo / bisogna ritornare nella strada, nella strada per conoscere chi siamo”.

È solo l’ultimo di tanti esempi possibili per capire oggi la parola “profezia”: sono profeti coloro che hanno il coraggio, amando e coinvolgendo, di lanciare lo sguardo oltre la superficie, di svelare i limiti delle presunte normalità in cui ci compiacciamo di rassicurarci e stabilizzarci. Ultimamente si è parlato tanto di emergenza famiglie e tant’è un tema nodale come l’individualismo, la chiusura, l’appartamento della famiglia ripiegata su sé stessa e sulle proprie cose, non si è portato in primo piano. Perché è una di quelle verità che ci rivelerebbe tutti bisognosi di mea culpa, sé dicenti cristiani di fatto mondanizzati, per cui sarebbe troppo scomodo impegnarsi nella conversione della propria vita.

Don Renzo è ancora profetico in mezzo a noi, nelle realtà e nelle persone che ha lasciato. È un camminatore che non passa, ma ci sta accanto con simpatia, inquietandoci come sa fare lui, ricordandoci con don Mazzolari che ancora “si cerca per la chiesa un uomo”, “un uomo che parli con la propria vita”.


da laGuardia n. 10/2017

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