Dialogo tra Stefano Zara e Marco Granara

Grande confusione fuori di me e ancor più dentro di me. Non capisco più quel che sta succedendo. Inevitabile conseguenza della senescenza che inaridisce mappe mentali e chiavi interpretative? O il mondo circostante è davvero una “maionese impazzita”? Domanda insistente e inquietante? E la fede e la pratica religiosa sono una fuga e un rifugio o possono fornire un aiuto, e quale, a superare e quietare l’inquietudine? Se addirittura non è meglio e giusto conviverci?

Devo dire che mi appassiona questo interloquire con una persona che stimo da sempre, un tecnico che pensa non solo da tecnico, ma che il rigore del tecnico lo applica anche alla valutazione del suo e del nostro vivere. Condivido con Stefano Zara questo suo malessere di fondo, perché oltre che mio, lo ritrovo sempre di più in mille altri interlocutori.

Caro Stefano, il rischio che una valutazione della complessità della vita così diffusa possa diventare immobilità, rassegnazione o anche peggio, fa del problema una urgenza prioritaria su tutto il resto. Mi sono chiesto come si possa vedere dall’alto della Guardia – e della sua storia/vocazione di “monte di vedetta” – l’insieme problematico delle cose. Dipende da me diventato per mille ragioni io stesso problematico o è davvero una “maionese impazzita” questo mondo circostante?

Mi sono chiesto inoltre più volte: è una questione solo di attualità, di complessità di un mondo moderno “saturo ma disperato”, com’era stato definito a suo tempo da una voce autorevole, o è roba di sempre? Non aveva trovato lo stesso Gesù, al suo tempo, un popolo di “gente, stanca e sfinita come pecore senza pastore” (Mt.9,35 e Mc.6,30)? Per loro Gesù non si rassegna, non si sgomenta, sembra non indignarsi. “Ne prova com-passione”! Egli pensa, prega giorno e notte, si sintonizza con suo Padre. Poi, una mattina, dopo una notte di preghiera, tra tutta quella amabile marmaglia, “ne scelse 12”, perché stessero con lui e per poi mandarli. Lui dice che suo Padre gli aveva dato come sua “precisa volontà” che “nulla doveva andare perduto di ciò che era suo”, che anche i capelli del capo dei suoi figli erano tutti contati. La “volontà del Padre”, doveva essere anche la sua, anche costasse la vita.

Ecco, io penso che noi, credenti in Lui, dobbiamo solo cercare di fare altrettanto:
– valutazione appassionata e non schifata della realtà;
– attenzione che nulla e nessuno rimanga fuori da questo obiettivo universale;
– concretizzazione del metodo di Gesù: piccoli gruppi di 12 che, stando con Lui il tempo sufficiente per assumerne lo spirito, si mescolino a loro volta – senza puzze sotto il naso – nella massa della pasta, la fermenti dal suo interno, scomparendo in essa senza prevaricazioni elitarie di sorta e tornando a far dire a tutti che il tutto della vita è proprio una gran bella cosa!

I Dodici di Gesù sono stati con lui tre anni e per cinque secoli (fino ai tempi di Benedetto di Norcia e di Ambrogio di Milano) ci volevano almeno tre anni per convertire e qualificare “cristiani” gli innumerevoli “gruppetti di 12” che avrebbero poi affrontato le situazioni più complesse del loro tempo: la tragica fine dell’impero romano, l’impatto con le invasioni barbariche, il formarsi di nuovi tipi di comunità multietniche. I barbari non travolsero quel tipo di cristiani. Pochi decenni dopo la Chiesa poté già contare sui primi Vescovi longobardi!

Il Vescovo Cipriano (III Secolo) riferisce che i cristiani di Cartagine, ogni domenica andando a Messa, al momento del “Per Cristo, con Cristo e in Cristo…”, urlavano un AMEN così forte da far tremare il luogo di culto. Il nostro “Amen” domenicale, caro amico Stefano, è troppo debole, troppo appena accennato tra i denti, per niente convinto, avulso dalla vita vissuta e da un culto solo rituale che rischia di non dire più niente a nessuno. Dobbiamo ricominciare da capo: sguardo positivo e non lagnoso sulle masse, scelta e accompagnamento fiducioso dei 12, cammino/esperienza di iniziazione triennale di Fede, per perdersi poi nel mondo e in ogni suo ambiente senza pretese di egemonie di sorta. Alla Guardia, cerchiamo di fare questo.    


Il Vangelo indica inequivocabilmente l’amore per il prossimo come unica risposta ai problemi posti dalle migrazioni. Può la paura far premio sull’insegnamento evangelico del quale molti cristiani sembrano essersi dimenticati? La società postmoderna non solo spinge a far prevalere la narrazione sulla realtà ma nega la possibilità stessa di rappresentarla. E i media moltiplicano all’infinito questa diffusa attitudine fino a farla diventare valore culturale. La verità non esiste e pertanto non è rappresentabile! Come arrestare questa deriva?

No, non c’è da avere paura delle migrazioni dei popoli: sono comunque figli di uno stesso Padre, tutti con il suo stesso DNA di partenza, dovunque fratelli. C’è piuttosto da aver paura di cristiani demotivati, “tabulae rase” e incoscienti della propria identità, figli di adesioni religiose scontate, anagrafiche, puerili, emotive e mai sperimentate nella loro completezza. È da temere chi riesce a credere di poter invocare il “Cuore immacolato di Maria”, come protettore dall’invasione dei clandestini (!!!).
Una fede così mal ridotta mette davvero paura. Una caricatura del cristianesimo. Io vado dicendo da tempo – a rischio di essere tacciato di dogmatismo – che una vera ri-evangelizzazione integrale è la prima e più urgente operazione di riforma culturale, politica e sociale. Una fede vera, pensata e condivisa diventa cultura e una nuova cultura così diffusa diventa criterio di vita individuale e collettivo che caratterizza la nostra storia. Fede, cultura, vita: passaggi obbligati che hanno bisogno di rigore e di tempi non sempre brevi.
Noi oggi avremmo premura di ritrovare, pur nella diversità, radici solide e comuni che garantiscono nuove forme di convivenza più umana. Ma non possiamo barare alla logica di questi passaggi. Sì, ci vorrà il suo tempo. Non possiamo pretendere effetti buoni di vita decente senza averli maturati su premesse rigorose, valide per ogni contesto. Oggi vorremmo che tutti fossero onesti senza aver preparato e cresciuto gli onesti.
Oggi vorremmo tutti “cristiani maturi, coerenti e preparati” facendoli preparare con due viaggi a Medjugorie e col “magistero di Padre Livio”. Gesù e primi Padri della Chiesa viaggiavano sui tre anni di tirocinio per avere cristiani un poco decenti e noi oggi mettiamo protagonisti delle più grandi cattedre persone che non hanno mai aperto un Vangelo. Abbiamo parlato di tutto, questionato su tutto, ci siamo attardati, distratti, su tutto, ma nel frattempo non abbiamo cresciuto cristiani maturi e capaci di fare cultura e di tradurla in progetti politici e in convivenze civili per un mondo che chiamiamo postmoderno, senza neppure sapere cosa comporta un connotato simile.
È un discorso da prete sostenere che senza una Fede precisa e coerente non c’è davvero salvezza?  Mi sono spiegato? Io ho fiducia, ho per il mio sistema-mondo e per la mia Chiesa stessa lo sguardo di “com-passione” di Gesù. Ma non vorrei barare e continuare a credere che il mondo è salvabile solo con la “bella notizia” e la “gioia” del Vangelo. Ne conviene anche Lei, caro Stefano?


La grande fiducia nei giovani è ben riposta? È l’unica speranza cui appigliarsi? Perché?

I giovani. Carta vincente e risolutiva o nuova illusione da ultima spiaggia? Colgo al balzo la sua sollecitazione, caro Stefano, e con grande convinzione. Inoltre mi sento – e forse si sente anche Lei – in sintonia con Papa Francesco che ha dimostrato e dimostra quanto crede ai giovani in tutte le problematiche emergenti e dilanianti del mondo, nella società e nella Chiesa. Abbiamo avuto, infatti, un Sinodo della Chiesa universale per i giovani e dei giovani e non solo “sui” giovani da parte del mondo adulto. In queste settimane si sta concretizzando, inoltre, l’incontro ad Assisi sul grande tema di “ridare un’anima all’economia” per rendere i giovani primi soggetti di una riflessione onesta e di un cambiamento epocale per un futuro diverso. Stesso obiettivo intorno al tema dell’educazione in tutti i suoi aspetti: convocati a Maggio 2020 tutti i protagonisti del mondo scolastico, educativo, culturale per un itinerario di valutazione di altissimo livello, per “mettere mano” seriamente nel mondo della formazione. Giovani al centro! Ma la cosa non finisce chiedendo ai giovani di ragionare e di prendersi il proprio ruolo in merito a temi così centrali. Il Papa chiede ai giovani di ripristinare abitualmente il riferimento – per questo e per altro – al mondo dei nonni! E qui, carissimo Stefano Zara, grande “vecchio” dell’imprenditoria, del lavoro qualificato dell’industria, della politica, della cultura, “homo probatus” in questi settori nonché nel privato familiare… qui La voglio tirare a mezzo, rinnovarLe una sfida da non disattendere e che potrà rimettere in gioco come protagonista anche un giovane/vecchio come Lei. Lei è proprio l’uomo giusto – insieme a tanti altri certamente – per ristabilire il raccordo naturale tra le due generazioni. Giovani e nonni divisi e distanti, saranno solo spettatori disillusi e non protagonisti di nuove “ragioni di speranza” per tutti. Al contrario, formando nuovi gruppi, giovani e vecchi, anche qui alla Guardia, potremo ripartire dalla ri-scoperta rigorosa delle ragioni del Vangelo e della sua formidabile forza; potremo mettere in moto grandi cose, restando umili, secondo le indicazioni di Maria del Magnificat, come è sempre successo ed ha trovato alla Guardia un riscontro unico. Il Papa ha raccolto la sfida di Maria e l’ha rilanciata. Io la rilancio a mia volta. Io, vecchio prete, ci sto. E Lei?


Nel 2020 le nostre ‘Pagine Centrali’ ospitano un dialogo a distanza tra il Rettore, don Marco Granara, e un interlocutore di volta in volta diverso, che rappresenta un volto della città, un ambiente specifico, un ‘mondo’ – culturale, sociale, economico, artistico, produttivo, sanitario… Persone differenti per vocazione, ruolo, impegno sociale, che si confrontano sulla “presenza” di Dio nella nostra società, sul rapporto tra vita e fede, sulle ricadute nella nostra quotidianità, sul dialogo tra i pensieri cattolico e laico. Uno spazio dedicato a tutte le persone in ricerca, nel rispetto dei punti di partenza e di arrivo, mossi dalla passione di camminare insieme, sulle strade dell’oggi.

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