Amazzonia, amata, da amare, come il Vangelo

di Giacomo D’Alessandro

Traboccamento” ed “inculturazione” sono due parole chiave per meditare ed applicare l’esortazione che Papa Francesco ha pubblicato dopo il Sinodo sull’Amazzonia dello scorso ottobre. Non sono due parole di immediata comprensione, ci invitano ad andare in profondità senza ricette o regolette che fanno la realtà bianca o nera. L’esortazione, dice il Papa, non vuole tornare sul Documento Finale dell’assemblea dei Vescovi, ma presentarlo ufficialmente e caldeggiarne lo sviluppo in Amazzonia come in tutta la chiesa (“Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro”).

È importante ricordare subito che questo Sinodo ha un valore davvero globale, perché l’Amazzonia rappresenta e contiene tutte le sfide dell’ecologia integrale (“L’Amazzonia è una totalità multinazionale interconnessa” dice subito il Papa), ma anche tutte le sfide dell’annuncio del Vangelo in un mondo dove “la messe è molta, gli operai sono pochi”.

Perché questo percorso ci riguarda da vicino?

La risposta è che le logiche predatorie che stanno distruggendo l’Amazzonia ed i suoi popoli esistono a causa della nostra domanda sul mercato, del nostro modo di comprare e di vivere, dal modo dei nostri governi, delle nostre imprese, dei nostri commerci di fare industria, produzione e consumo. La cultura dello scarto che subiscono a livello planetario le popolazioni ancestrali – le uniche a conservare uno stile di vita che corrisponde più da vicino ad una “ecologia integrale” – è la stessa cultura dello scarto che imponiamo nei paesi occidentali alle persone considerate “deboli” o “diverse” nella nostra società efficiente e produttiva. Indigeni, diversi o ultimi, lo stigma di “arretratezza” finisce per lasciarli tutti “indietro”, sacrificabili, mentre insieme a loro non capiamo che muore un’umanità più vera e spesso più ricca, completa della nostra.

E dal punto di vista ecclesiale, ci riguarda da vicino perché i limiti enormi alla presenza pastorale della chiesa e all’annuncio del Vangelo in quei territori vanno affrontati tanto quanto i limiti che sempre più sperimentiamo nei nostri paesi occidentali, formalmente cattolici ma in realtà secolarizzati e indifferenti: l’urgenza missionaria richiede una lettura del presente, delle sue priorità, e una riorganizzazione delle risorse che abbiamo.

La natura è un “essere”

Vediamo insieme alcuni passaggi di questa nuova esortazione di Papa Francesco, un testo anche molto “poetico” che si presenta suddiviso in quattro capitoli: un sogno sociale, un sogno culturale, un sogno ecologico, un sogno ecclesiale. Sarebbe riduttivo limitare questo processo sinodale ad alcune questioni, teorie o polemiche, e lo sa bene chi ha seguito giorno per giorno le conferenze stampa durante l’assemblea, ma anche il processo preparatorio che ha coinvolto migliaia di comunità indigene sul territorio.

Le parole del Papa danno risonanza e valore a questo portato ben più ampio e ben più concreto, palpabile, vitale, fatto di suore, laici, preti, donne leader di comunità, vescovi missionari, rappresentanti di etnie, religiosi europei da anni impegnati sulla frontiera (“che conoscono meglio di me e della Curia romana la problematica dell’Amazzonia, perché ci vivono, ci soffrono e la amano con passione”). “Se la cura delle persone e la cura degli ecosistemi sono inseparabili, ciò diventa particolarmente significativo lì dove «la foresta non è una risorsa da sfruttare, è un essere, o vari esseri con i quali relazionarsi»”. La natura, con i suoi ecosistemi, è un essere, non una risorsa. Abbiamo urgente bisogno di recuperare questo approccio indigeno per uscire dallo sguardo di “consumatori” e “utilizzatori”.

I nostri “consumi”, le loro “castagne”. Ci perdiamo tutti.

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