40 giorni offline, quaresima o quarantena

Storia di un giovane musicista, di silenzio e delle campane della Guardia.

di Michele Ferroni

Cosa potrebbe accadere tenendo il cellulare spento per quaranta giorni? Quali cambiamenti si verificherebbero in un essere umano? È davvero possibile farlo nel 2020?

Da un po’ di tempo queste domande mi giravano in testa e così, dopo essermi organizzato adeguatamente, ho deciso di provare a trascorrere quaranta giorni in un luogo appartato nell’entroterra ligure, senza telefono, TV, internet e computer, in un rifugio circondato da boschi.

Mi chiamo Michele Ferroni, in arte Mike fC, vengo da Campomorone e mi considero un “esploratore del mondo e della vita”. Dal punto di vista professionale, sono un cantautore/rapper in lingua italiana e ligure e lavoro come ingegnere del suono, occupandomi di registrazioni e mixaggi.

Dopo un 2019 particolarmente impegnativo, avevo pianificato il momento che mi sembrava più opportuno per questo “ritiro”, con la precisa intenzione di tornare alla “vita normale” la vigilia di Pasqua. Mai mi sarei immaginato che questo periodo sarebbe coinciso con l’emergenza COVID-19! Il giorno dopo la mia partenza, in Liguria, era prevista la riapertura delle scuole, ma sappiamo che non è andata così…

In queste righe non posso descrivere tutti i dettagli riguardanti questo “viaggio senza spostamenti”, ma ci tengo a raccontare gli aspetti salienti, le scoperte e le riscoperte che ho vissuto.

Innanzitutto il silenzio. In realtà non era mai silenzio totale, la natura continuava a parlare attraverso il canto degli uccelli, il ronzio di alcuni insetti e a volte anche tramite i versi dei caprioli. Questa atmosfera però, libera da messaggi Whastapp e notifiche dai social network, mi ha permesso di iniziare a distendermi, di ascoltare con più attenzione il corpo e il cuore. La testa è diventata più sgombra.

In questo spazio, che non potevo colmare con show televisivi, serie su Netflix o notiziari, hanno trovato posto cose di cui quasi mi stavo dimenticando… una su tutte: la semplicità. La semplicità di stare a piedi nudi sull’erba, di impastare il pane, di scrivere su carta, di raccogliere la legna e le erbe selvatiche commestibili. Nella semplicità ho trovato saggezza, pace.

Un paio di volte qualcuno è venuto a trovarmi, portando notizie poco confortanti sul mondo, dicendomi: “Resta qui e non ti muovere, giù la situazione è brutta”. Anche dal mio luogo appartato mi pareva di percepire la pesantezza di quello che stavamo passando. Ho iniziato allora a guardare in alto, a cercare nuovamente un dialogo; la grandiosità della natura intorno a me è stata di grande aiuto.

A parte un paio di libri, non avevo “intrattenimenti esterni”. Questa apparente mancanza ha fatto emergere nuovi stimoli creativi. Accompagnandomi con un ukulele, ho composto sette canzoni, che mi piacciono particolarmente. Si è rafforzata in me l’idea che ogni persona abbia un lato creativo, ma a volte viene dimenticato o nascosto, magari perché non è stato riconosciuto. Credo che coltivare la creatività nella giusta direzione, possa portare benessere al mondo e a noi stessi.

Un momento di “stacco” dalle situazioni nelle quali a volte ci troviamo incastrati, può certamente aiutare a riscoprire le nostre capacità.

Devo ammettere che c’è stato qualche momento di sconforto, ma nella fiducia trovavo energia. Ogni tanto ho pensato di essere stato esagerato, mi è mancato il contatto con le persone care, mi chiedevo se stessero bene; sapevo però che, in caso di necessità, qualcuno sarebbe venuto ad avvertirmi. Anche nei momenti più difficili, riuscivo a udire in lontananza il suono delle campane del Santuario della Madonna della Guardia, fonte di serenità e pace; un ricordo diventato aiuto anche dopo il rientro, un po’ traumatico, alla “vita normale”.

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